L’oratorio con i suoi “chissà”

Le attività svolte costringono a porsi delle domande. Per poter sempre meglio “servire”

Tempo di lettura: 163 secondi

In questi giorni, in cui le calde mattinate di Acquasparta sono state ravvivate dall’oratorio estivo parrocchiale, mi sono posto più volte una domanda alla quale so di non poter dare una risposta, almeno nell’immediato. Chissà, mi sono chiesto, se oltre al divertimento, all’allegria ed al clima di festa, rimarrà qualcosa di più profondo e duraturo in tutti coloro che sono coinvolti in questa avventura? Da essa ne sono scaturite altre, costringendo la mia testa, forse annebbiata dal troppo sole, a lavorare imperterrita alla ricerca di soluzioni che potessero chiarire il dilemma. Chissà (continuavo dentro di me osservando i bambini) se, nonostante la confusione che li circonda in queste mattinate, riusciranno ad intuire che l’artefice di ciò che li attrae è Cristo? Chissà se in questa esperienza potranno scorgere la carezza di una Chiesa che, pur umiliata dai suoi peccati, conserva intatto il desiderio di farsi vicina alle persone? Chissà se in futuro avranno il desiderio di mettere il loro tempo al servizio degli altri, memori di quanto ora stanno vivendo? Poi alzavo gli occhi e vedevo i tanti giovani educatori che ogni mattina ci sostenevano ed anche per loro mi interrogavo. Chissà, mi chiedevo, cosa li spinge a venire? Sicuramente si divertiranno, ma può essere sufficiente questo per spiegare la loro presenza? Chissà, se allora non riescano già ad avvertire la bellezza del donarsi gratuitamente agli altri? Chissà se parte dell’energia che hanno non provenga dal sentirsi utili alla comunità, che guarda a loro con speranza, gratitudine e tanto affetto? Chissà che il Signore non abbia fin da ora toccato il loro cuore invogliandoli a spendere la loro giovinezza per Lui? Nel frattempo, tra un’attività e l’altra, arrivava il momento del pranzo. Complice il caldo, eravamo tutti un po’ stanchi, ma l’incontro con i genitori che venivano a riprendere i bambini lasciava spazio ad un’ultima domanda: chissà cosa gli è stato trasmesso, oltre alla comodità di avere i figli impegnati per un mese tutte le mattine? Consapevole che non spetta a me entrare in queste valutazioni, in quanto parte del bilancio personale che solo Dio conosce, me ne tornavo a casa stanco ma sereno, perché, ancora una volta, la mattinata si era conclusa dignitosamente. Poi il Grest si è concluso ed allora ho compreso che, in fondo, tutte queste domande non sono del tutto inutili. Esse rivelano la tensione positiva che ci spinge a perseverare nello spirito di servizio, sollecitandoci a non compiacerci dei piccoli successi ottenuti, per proporre un annuncio sempre più efficace per le nuove generazioni di bambini, di educatori e di genitori. In attesa delle risposte, mi consola non poco la grazia che il Signore ci fa, di mamme, giovani mogli e nonne che scelgono di dedicare il loro tempo a questo servizio, scoprendo che nella Chiesa c’è posto per tutti, come pure che l’impegno è bello se vissuto insieme. È grazie alla loro testimonianza che mi convinco sempre più dell’importanza della comunità e del pericolo che si cela dietro all’individualismo dilagante, che ci fa credere che un’esistenza donata sia una perdita di tempo. Pertanto ringrazio Dio perché ancora una volta mi ha concesso di sperimentare che il Vangelo non è una favola, ma un’esperienza che vale la pena vivere in pienezza.

AUTORE: L. C.