L’Umbria insensibile al disagio sociale

Politiche sociali: l'allarme della fondazione Zancan rispecchia anche la situazione in Umbria già denunciata dall'Acradu

Tempo di lettura: 122 secondi

L’Acradu, l’associazione cristiana delle Residenze per anziani e disabili dell’Umbria promossa dai Vescovi umbri, da diverso tempo sta lanciando un allarme senza grande ascolto né da parte delle istituzioni né dai sindacati. Si è in assenza di una vera e propria programmazione regionale. L’universalità ed equità dei diritti sociali sono in pericolo. Il Piano sociale regionale è fermo al 2002 e non c’è verso di aggiornarlo. Non parliamo dei Piani sociali di Zona. Non parte l’Osservatorio regionale delle Politiche sociali. Quando non si conoscono i bisogni espressi e non si verifica la rispondenza dei servizi realizzati, quale programmazione è possibile? Si rinvia la definizione delle linee per l’integrazione socio – sanitaria che riguarda in particolare gli anziani e i disabili.

In mancanza di precise direttive Comuni ed Asl fanno da sé. In tale situazione le istituzioni competenti anziché aprirsi ad un confronto con le realtà sociali che operano nel settore, quasi si rifiutano preferendo un discorso tutto interistituzionale e salvando la faccia con una partecipazione più formale che sostanziale. Nei momenti occasionali di confronto (quasi sempre convegni promossi da soggetti sociali) viene fuori il discorso delle disponibilità economiche insufficienti e dei risparmi da fare.

L’Acradu sta caparbiamente sostenendo che questo ritornello è un alibi: i livelli e la qualità dei servizi socio-sanitari potranno essere ancora assicurati solo se si realizzerà un sistema integrato con tutti i soggetti (istituzioni, cooperazione, associazioni non profit, volontariato) realmente e stabilmente coinvolti a pari dignità. Del resto tutta la legislazione vigente – dalla legge nazionale 328 del 2000 agli stessi Piani regionali sociale e sanitario – è basata su tale filosofia. Che sia un alibi lo conferma il rapporto della Fondazione Zancan. La capacità di spesa sociale delle regioni è bassa. Si scopre che nei bilanci regionali 2001, presi in esame, i soldi c’erano ma non sono stati spesi.

In Umbria risulta che le “economie” fatte raggiungono il 50% delle risorse disponibili rispetto, ad esempio, al 5% della Toscana e all’1% delle Province autonome. Che dire allora? È tempo che in Umbria programmazione e integrazione nel campo delle politiche socio – sanitarie diventino scelte politiche da attuare con determinazione. Occorre il coraggio di superare una cultura prevalentemente statalista, di andare oltre l’inutile distinzione tra pubblico e privato. Ciò che serve è costruire un sistema integrato di responsabilità condivise avente come spina dorsale i servizi a gestione pubblica in piena sinergia con i servizi privati, specie del “non profit”, accreditati secondo regole valide per tutti. Così oggi non è in Umbria.

AUTORE: Pasquale Caracciolo