Mandela visto dal missionario tifernate padre Pierli

La figura del Padre del Sudafrica vista nella storia del Continente nero dal missionario tifernate padre Pierli

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Nelson Mandela (a dx) celebra con l’arcivescovo Desmond Tutu la vittoria alle presidenziali del 1994
Nelson Mandela (a dx) celebra con l’arcivescovo Desmond Tutu la vittoria alle presidenziali del 1994

Il mondo è globalizzato: i leader a tutti i livelli, politico economico, sociale e religioso, hanno il fiato grosso. Stentano ad entrare nel nuovo ordine di idee caratterizzato da interdipendenza e abolizione delle mostruose disparità tra chi ha troppo e chi ha nulla, da una finanza senza regole etiche e sociali che causa tensioni popolari in tutto il mondo. Il 2013 ci ha offerto sprazzi di un nuovo stile di leadership con Papa Francesco, che il prestigioso settimanale americano Time ha eletto “Persona dell’anno”, e con Nelson Mandela che è definitivamente entrato nella storia e nella eternità il 5 dicembre. È a suo riguardo che maggiormente desidero condividere alcune riflessioni.

Ex Africa semper aliquid novi

Il grande scrittore latino Plinio il Vecchio ha scritto una frase che costituisce ancora, per molti, un enigma: Ex Africa semper aliquid novi (l’Africa sforna in continuazione qualcosa di nuovo). Per me, che in Africa vivo da quarant’anni, l’esclamazione di Plinio è chiara, e la storia ci aiuta a comprenderla! Una della più grandi novità dal Big Bang a oggi è stata l’entrata in scena dell’umanità, circa tre milioni di anni fa. La scienza ci assicura che i primi esseri umani sono apparsi in Africa, e da qui sono emigrati negli altri Continenti. Di una di questi nostri antenati/e nel 1974 abbiamo ritrovato lo scheletro: si tratta di Lucy, riemersa nella terra degli Afar, popolo della Dancalia in Etiopia.

Ai nostri giorni le novità sono ancora incarnate in grandi personalità. Albert Luthuli, sudafricano, fondò il movimento politico African National Congress (Anc) di cui anche Mandela è stato prima membro, poi presidente. Luthuli ricevette il premio Nobel per la pace nel 1961, in pieno regime di apartheid, e affermò la lotta non-violenta contro un sistema politico di oppressione a carico di una grande maggioranza di sudafricani neri da parte di una minoranza di bianchi. Nella sua autobiografia, Luthuli insiste a lungo su come la fede cristiana lo abbia aiutato nell’elaborare e vivere la leadership come servizio e non come dominio e occasione di arraffare privilegi. Wangari Maathai, è stata la prima donna africana a ricevere il Nobel per la pace nel 2004 per il suo grande impegno contro la desertificazione e la riforestazione del Continente africano. Nativa del Kenya, ha dato vita a un’infinità di iniziative mirate a resistere alla brama del potere politico anche sull’ambiente e sugli stili di vita. Infine, Nelson Mandela, anche lui Nobel per la pace nel 1993. Tutti e tre imprigionati per il loro messaggio e la loro lotta; tutti e tre mai risposero alla violenza con la violenza; tutti e tre attribuirono alle loro radici africane dello ubuntu (“insieme possiamo”) e all’influsso della fede cristiana la originalità della loro leadership

Tutti e tre trasformarono la prigionia in un’occasione di crescita personale per approfondire ciò in cui credevano e per essere più vicini ai loro popoli, spesso vittime di violenza, e la cui libertà non di rado è stata annullata da regimi oppressivi. La prigione li ha resi più vicini al popolo e più capaci di solidarizzare con chi era nel dolore. In linguaggio cristiano, possiamo dire che hanno esperimentato che la croce sofferta nello stile di Cristo è portatrice di vita e di crescita, e mai una maledizione contro la vita.

Sudafrica, nazione arcobaleno

Il Sudafrica è una nazione in cui le numerose e ancestrali diversità etniche aumentarono dal XVII secolo con l’arrivo dei primi bianchi dall’Europa, i quali erano molto divisi dato che appartenevano a diversi gruppi protestanti in lotta tra loro. L’apartheid, oltre a essere radicato in pregiudizi razzisti, era anche un atto di disperazione di fronte alle tante divisioni irrisolte e apparentemente irrisolvibili. Dell’apartheid Mandela fu vittima, lui e i suoi affetti più cari. Subì numerosi processi prima della condanna al carcere a vita nel 1964. Ventisette anni – molti dei quali vissuti nel carcere di massima sicurezza di Robben Island – non sono riusciti a imprigionare il suo spirito. La prigione gli diede il tempo di approfondire l’approccio non-violento ai problemi razziali e sociali del Sudafrica. Le innumerevoli guerre e scontri degli ultimi 400 anni avevano solo mietuto vittime senza avere risolto un singolo problema alla convivenza umana.

Inoltre in Sudafrica aveva vissuto per 21 anni (1893 – 1914) il Mahatma Gandhi soffrendo le conseguenze delle oppressioni razziali, e vi aveva elaborato i principi e la strategia della non-violenza attiva, approccio che in India avrebbe portato all’indipendenza dall’Impero britannico nel 1947.

Della visione della “nazione arcobaleno” Mandela non fu l’inventore ma lo stratega politico. Gli inventori furono due africani. Martin Luther King, che nel 1963 lanciò l’immagine e la visione della nazione arcobaleno negli Stati Uniti contro l’ancora profondissima e aberrante segregazione razziale, con il famoso discorso sulle colline della Alabama. Immagine e visione approfondite e contestualizzare in Africa dal grande arcivescovo sudafricano Desmond Tutu.

La fine dell’apartheid

Nel 1990 con la fine del regime di apartheid tutti temevano un bagno di sangue. Ma il messaggio di Mandela, con il sostegno delle grandi Chiese anglicana, metodista e cattolica, era inequivocabile e senza tentennamenti: riconciliazione, perdono, integrazione e complementarietà delle diversità.

Fin dal suo primo discorso, appena liberato dalla prigione nel 1990, disse: “Mi sono sempre opposto sia alla supremazia bianca sia alla dominazione nera. Ho da sempre accarezzato l’ideale di una società libera e democratica, in cui tutte le persone vivano assieme in armonia e con uguali opportunità. È un ideale per il quale spero di vivere, e di attuare. E se necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire. Vi saluto tutti nel nome della pace, della democrazia e della libertà per tutti”.

Lo strumento nuovo inventato in quell’occasione per traghettare il passaggio dall’apartheid alla democrazia fu la Commissione per la verità e la riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission) presieduta dal gradissimo amico e arcivescovo Tutu.

Il lavoro di tale Commissione durò due anni, dando occasione alle vittime e agli oppressori di raccontare le loro storie, di appropriarsi pubblicamente delle proprie responsabilità, di trovare assieme modalità di riparazione per i torti e le violenze subite. Assicurare la giustizia, fin dove possibile; assicurare il perdono necessario di fronte all’irreparabile, come le morti. Mandela e Tutu ripeteranno a non finire: “Non c’è futuro per il Sudafrica senza perdono”.

La morte di Mandela

Non posso terminare questa riflessione senza un accenno a come il Sudafrica abbia reagito alla morte di Mandela. Quattro parole: preghiera e riflessione, danza e lacrime. Il Sudafrica è una nazione religiosissima – il superlativo assoluto non è un’esagerazione, e non è facile trovare una nazione simile.

Preghiera: la domenica successiva alla morte è stata dedicata ufficialmente dal Governo a ringraziare Dio per i 95 anni di Mandela, investiti per il bene comune di tutto il popolo sudafricano.

La riflessione ha accompagnato i giorni del lutto, così da interiorizzare e appropriarsi a livello personale e comunitario del messaggio e dell’eredità lasciata dal Padre della patria. Milioni di persone hanno saputo celebrare con la danza i successi e i risultati raggiunti come popolo unito nel consegnare “Madiba” alla gioia della Casa di Dio. E poi, le lacrime, inevitabile manifestazione che accompagna la separazione e il distacco procurato dalla morte fisica.

Dono dall’alto, frutto dal basso

Non si capisce Mandela senza la storia che ho cercato di raccontare, nel cui contesto ho cercato di inquadrarlo. È stato certamente un dono di Dio, uomo carismatico illuminato e reso solido da quello Spirito che Dio invia in abbondanza su coloro che chiama a svolgere compiti cruciali nel divenire della storia umana. Ma è stato pure frutto di una storia nel contesto della grande liberazione avvenuta con la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e la fine del comunismo in tutta l’Europa dell’Est.

Va detto che sia il comunismo che il capitalismo sostenevano a modo loro l’apartheid in Sudafrica. Erano le due stampelle che permettevano a tale regime di muoversi e sopravvivere. Mandela fu pronto a cogliere il kairòs (momento opportuno) per cominciare a elaborare nuove ipotesi di futuro, non solo per il Sudafrica e per il Continente africano ma per l’intera umanità. Per questo la sua statura è mondiale!

 

AUTORE: Francesco Pierli missionario comboniano in Kenya