MEDIO ORIENTE. Cristiani tra i due fronti

Terrore e distruzione a Gaza e in Israele. La guerra vista dai cattolici di Be’er Sheva, nella Striscia

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Gaza-bnL’inferno di Gaza non ha fine. I dati aggiornati al pomeriggio di mercoledì, secondo l’agenzia di stampa al-Ray, vicina a Hamas, indicherebbero 641 morti e 4.030 feriti tra i palestinesi della “Striscia” colpiti dal fuoco israeliano. All’avanzata di terra dell’esercito israeliano si contrappone la pioggia di razzi di Hamas verso molte città del Centro e del Sud di Israele, tra cui Dimona, Ashqelon, Ashdod, Be’er Sheva. Il suono delle sirene di allarme ha portato centinaia di migliaia di israeliani a trovare riparo nei rifugi. E sono tanti gli israeliani che pregano per la fine delle ostilità. Da Haifa, la comunità cattolica di origini ebraiche ha realizzato videoclip e composto un canto per chiedere la pace. A Be’er Sheva, dice il parroco cattolico, don Gioele Salvaterra: “La gente è addolorata e sconvolta dalle tante vittime sui due fronti. Ieri sera, nella messa, li abbiamo ricordati ed abbiamo pregato per tutti coloro che soffrono. Per quanto riguarda i soldati israeliani c’è una certa preoccupazione: praticamente ognuno in Israele conosce qualcuno che è in servizio nella zona di Gaza (sia militari di leva che riservisti). Quello che possiamo fare è pregare perché cessino le violenze, e anche i soldati possano tornare a casa sani e salvi”. Molte famiglie di Be’er Sheva, inoltre, sono composte da cristiani arabi della Galilea che vivono qui. Molti di loro, dopo la prima settimana di guerra, si sono rifugiati nei villaggi di origine al Nord, mentre mariti e padri sono rimasti in città a lavorare.

Qualcuno ha voglia di raccontare come si vive sotto la minaccia di razzi. Già nei primi giorni di guerra, Salma e Habib, fratelli adolescenti, dicevano: “Non abbiamo voglia di un’altra guerra”, ricordando che i progetti per le vacanze estive appena cominciate erano ben diversi. Per loro è la terza guerra che vivono negli ultimi sei anni nel Sud del Paese, senza considerare i lanci di missili occasionali tra un’operazione militare e l’altra. Anche i loro genitori sono preoccupati per quanto accade, soprattutto quando i figli sono fuori di casa, per strada: con telefonate ed sms si informano sulle loro condizioni. In generale, spiega ancora il parroco, “i ragazzi hanno bisogno di raccontare ciò che vivono tra le emozioni di quella che all’inizio pare un’avventura e la paura: la sirena che suona, la corsa al rifugio, dove si incontrano i vicini di casa, il botto del missile intercettato o quello ancora più forte del missile che cade nelle vicinanze”.

Ai racconti di oggi si uniscono quelli del passato: “Una volta un missile è caduto vicino alla mia scuola” ricorda Katy. Anche i più piccoli risentono della situazione e il suono delle sirene unito all’agitazione dei genitori porta i bambini a scoppi di pianti e urla. “Sono stata alcuni giorni a trovare la mia famiglia in Galilea – racconta Marian – e mia figlia di tre anni raccontava a tutti quello che aveva vissuto nei giorni precedenti”. Nella comunità cattolica di Be’er Sheva ci sono anche diversi immigrati dall’India e dalle Filippine, che lavorano come badanti. In tempo di guerra, il loro lavoro è ancora più duro, dovendo trovare un riparo sicuro per i loro malati. “La signora che assisto – racconta una di loro – ha paura e non vuole che esca di casa per fare la spesa o venire a messa”.

Oltre ai lavoratori stranieri ci sono anche alcuni richiedenti asilo, per i quali questi giorni difficili richiamano alla mente le guerre da cui sono fuggiti in Africa. La comunità continua però a radunarsi per la preghiera, che si tiene in una zona riparata della casa parrocchiale, non in cappella. Al centro della preghiera di tutti è la supplica per la pace, per il bene di tutti. “Le parabole che ascoltiamo in queste domeniche – dice don Salvaterra – invitano tutti a essere speranzosi e fiduciosi che il piccolo seme di pace, piantato nella recente visita del Papa e nella seguente preghiera con i leader dei due popoli, possa portare frutto”.

Un desiderio di pace e di giustizia condiviso: in un incontro di preghiera per la pace organizzato dalla sinagoga del Movimento ebraico conservatore a Be’er Sheva, si sono riuniti, nei giorni scorsi, ebrei, musulmani e un gruppo della comunità cattolica. L’incontro “ha mostrato la gioia di tutti nel conoscersi e confrontarsi, e il sogno comune di pace per questa terra, santa per le tre religioni”.

AUTORE: D. Roc. - D. Riv.