Meno applausi. Più silenzio

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Lo hanno applaudito, il povero giovane suicida di San Giustino, al termine del suo funerale, celebrato con la partecipazione di tanta gente e dei tanti amici di Christian, il giovane che ha stretto nella morsa delle morte la giovane donna che amava fino alla follia. La misericordia di Dio “ha si gran braccia che prende ciò che si rivolge a lei”. È un verso che si recita come un respiro per alleggerire la tensione. Ma Christian e Alexandra hanno incontrato la morte nel suo volto più tragico che niente e nessuno può attenuare. Il Parroco ha detto parole di fede e consolazione e il Vescovo si è sentito “sbalordito” e “interrogato”, insieme agli uomini pensosi, quelli che sono in grado di pensare. Cancian, vescovo sensibile e attento, non ha detto parole tanto per dire qualcosa, come quei tanti che parlano solo per sentire la propria voce e ha richiamato all’attenzione e riflessione per “cercare possibilmente di prevenire cose del genere che ci lasciano sbalorditi”.

Ha notato come un fatto come questo interpella la coscienza civile non meno di quella religiosa, ha puntato il dito con determinazione sul nodo stretto e indissolubile dell’educazione e formazione di giovani soprattutto nella sfera affettiva e sentimentale e si è riservato di compiere un’analisi più approfondita della tragica vicenda dopo aver acquisito maggiori elementi. Per fare questo, seguendo l’esempio di un vescovo consapevole del suo ruolo di educatore e di custode della vita e della salvezza di ogni membro della sua comunità, si dovrebbe iniziare a non chiudere vicende terribili come questa con un applauso liberatore, che sembra voler dire è finita, basta, ritorniamo a vivere come prima, non pensiamoci più. Si deve ritornare al silenzio come condizione del pensiero e del sentimento, della coscienza e della valutazione delle cose e della percezione di ciò che sta dietro il rumore e l’apparenza del quotidiano. Un silenzio degli individui ritornati dentro se stessi a riscoprire l’intima profondità dell’anima e il silenzio della gente, della comunità che diventa parola del mistero che non ha parole. Si eviterebbe così di confondere causa ed effetto, la vittima e l’artefice del delitto, ed anche la possibilità di considerare vittima lo stesso autore: vittima di se stesso o di una falsa concezione della vita attinta da non si sa quali fonti, o forse si sa e possono essere individuate nell’aria secca e velenosa che i giovani fin dalla nascita respirano a pieni polmoni.

C’è stata una stagione, dal Sessantotto in poi, in cui molti intellettuali erano soliti attribuire la colpa di tutto quello che succedeva alla società. Si diceva che coloro che si drogano, coloro che delinquono e si allontanano dai sani principi e comportamenti tradizionali, quelli che abbandonano la propria casa “hanno ragioni da vendere” perchè sono figli di una società corrotta e ipocrita che essi rifiutano e vogliono cambiare. Ora tutti sanno che questa è una scorciatoia, un alibi che annulla la responsabilità delle singole persone e cancella anche la differenza tra bene e male. Dovremmo però anche sapere che la società pur non essendo la semplice somma aritmetica dei suoi singoli membri, è pur sempre formata da singoli, dotati di coscienza e libertà. Alcuni, poi, di questi singoli hanno un peso particolare sulla società, a cominciare dagli uomini di religione, di ogni religione, che dovrebbero essere e agire da uomini di Dio, costruttori di giustizia e di pace per tutti. Essi non possono deludere e tanto meno ingannare. Di non minore responsabilità sono caricati gli uomini delle istituzioni pagati per cercare il bene comune, uomini delle comunicazioni sociali, dell’educazione e della cultura. Quanto accade tra i giovani, senza scaricarli da responsabilità, pesa su queste persone e sull’intera società.

Quando non c’è altro da fare ci si dovrebbe almeno indignare di fronte a comportamenti di uomini “illustri” che dovrebbero illustrare le virtù morali e civiche mentre sono dediti solo al calcolo dei propri interessi senza scrupoli. Su di loro dovrebbe essere steso un velo di silenzio per rendere l’aria un po’ più respirabile e avere spazio per quella riflessione richiamata dal vescovo Cancian.

AUTORE: Elio Bromuri

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