Monsignor Elio Bromuri, una vita spesa per il dialogo e l’accoglienza “guardando sempre verso l’Alto”

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La scomparsa di monsignor Elio Bromuri – avvenuta il 17 agosto, dopo una lunga malattia – lascia un vuoto nella Chiesa umbra e non solo. Le numerose testimonianze che giungono ai media come anche alla famiglia e ai suoi collaboratori testimoniano nei suoi confronti grande affetto, profonda stima e rispetto. Pubblichiamo di seguito il ritratto di mons. Bromuri fatto da Piergiorgio Lignani – amico di vecchia data del sacerdote e collaboratore de La Voce -, che ne descrive la vita, lo spirito e l’intelligenza.

 

Ho incontrato don Elio quando mi sono iscritto all’Università di Perugia, cinquantadue anni fa. Era un giovane prete e da poco tempo era stato nominato cappellano della Chiesa dell’Università, e viveva in mezzo agli studenti. Alcuni lo chiamavano «quel pretino che ride sempre».

In realtà non rideva sempre, solo ogni tanto, ma la sua risata era pronta, franca, cordiale, e così appariva come una sua caratteristica distintiva, in quel mondo universitario allora ingessato e sussiegoso. Ma dietro quel sorriso facile c’era ben altro. C’era la mancanza di pregiudizi, l’apertura verso tutti, la noncuranza per gli schemi e i rituali fissi ai quali non corrispondesse un verità più profonda. Dobbiamo vivere, diceva lui, «nella libertà dei figli di Dio».

Si trovò dunque subito in sintonia con il vento che spirava dal Concilio Vaticano II, e dal pontificato di Giovanni XXIII e di Paolo VI. Raccolse immediatamente le parole d’ordine “ecumenismo”, “dialogo”, “accoglienza”. Non perché erano imposte dall’alto, o peggio perché erano di moda, ma perché rispondevano al suo essere profondo.

Così, a metà degli anni Sessanta creò il Centro Ecumenico di Perugia, inizialmente nella stessa sede del gruppo degli universitari cattolici, di cui era l’assistente spirituale, poi nella ex chiesa di san Martino al Verzaro. Il Centro Ecumenico era un luogo d’incontri in gran parte poco o nulla formali fra cattolici, protestanti, a volte anche persone di altre fedi. Nel tempo avrebbe sviluppato una grande attenzione al dialogo fra cristiani ed ebrei; e con don Elio ne fu protagonista Vittorio Trancanelli.

Nacque una piccola rivista, che esce tuttora, dedicata al dialogo tra le fedi. Al Centro Ecumenico si presentavano anche molti studenti stranieri di quello che allora usava chiamare il Terzo Mondo; chiedevano amicizia ma anche assistenza. Don Elio ideò allora un’altra delle sue creature: il Centro di Accoglienza, aperto nel 1974 e tuttora in funzione; è un ostello ma molto di più di un ostello, perché offre anche colloquio, amicizia, aiuto.

Senza don Elio nessuna di queste iniziative avrebbe visto la luce, non sarebbe stata nemmeno pensata, ma lui non se ne è mai atteggiato a padre-padrone, al faccio-tutto-io; la discrezione era un’altra delle sue doti. Nella sua visione il merito era sempre del gruppo. C’è stata poi una volta (la seconda dopo la sua chiamata a fare il cappellano dell’Università) nella quale l’iniziativa non è stata sua, ma di altri: ed è stato quando gli è stata affidata la direzione de La Voce, per la geniale intuizione di un grande Vescovo. Lui ne fu stupito, quello del giornalista era un  mestiere nuovo per lui, ma è stato un successo. Ha dato al giornale, oltre alla vitalità e all’energia, il suo stile: il rifiuto dei toni gridati, delle frasi a effetto, delle campagne a senso unico, delle polemiche astiose. Lo stile del rispetto di tutti e – di nuovo – del dialogo.

La sintesi della personalità di don Elio si può racchiudere in una celebre frase di Papa Giovanni: cercare sempre ciò che ci unisce, non ciò che ci divide. È una frase che suona bene, ma si può interpretare in due modi: perché “ciò che ci unisce” si può cercare o guardando più in basso, o guardando più in alto. Si può trovare il punto d’accordo negli interessi più triviali, e si può trovarlo nei valori più elevati. Per don Elio (come per Papa Giovanni) il punto d’incontro è sempre stato al livello superiore, mai a quello inferiore.

 

 

AUTORE: Piergiorgio Lignani

1 COMMENT

  1. Non avendo potuto partecipare ai funerali di don Elio perché molto lontano da Perugia, seppure fosse mio ardente desiderio esserci, lascio a queste parole un mio saluto un po’ tardivo solo per questioni di trasmissione elettronica.
    Don Elio era un prete integrale, come pochi ce ne sono in giro. A me mancherà molto perché era uno dei rari preti dei quali ascoltavo entusiastica la “predica”, perché predica non era. Colto, raffinato, amante anche dell’arte, giornalista equilibrato, ma schietto come lo era certo di più nei frequenti incontri sulle strade dell’acropoli dove ci scambiavamo brevi, ma intelligenti (le sue) opinioni su fatti di cronaca e sulle posizioni della Chiesa su questioni spinose: aveva sempre una risposta, avanzata, seppure rispettosa della ortodossia, ma lanciata sempre nel futuro. Ero ai suoi primi incontri del MEIC, poi la politica prese in me il sopravvento, lui consenziente, perché ci dicevano che è la forma più alta di carità (più o meno quelle che succede ora !!!), ma ho felicemente collaborato alla sua Voce per anni, anche con un “nome de plume”. Poi più sporadicamente, perché il suo era un giornale strutturato, ma anche poche settimane fa mi chiese di scrivere sulla mostra “Vertigine Umbra” Gli piaceva molto Dottori e per anni volle che a Natale sulla prima pagina ci fosse un’opera sacra del futurista perugino.
    In quella redazione ha forgiato campioni di giornalismo, ma il giornalismo era una delle tante cose che ha fatto: docente illuminato, maestro concreto di ecumenismo e campione dell’accoglienza in esercizio quotidiano e tanto altro ancora. Fino a non molto tempo fa portava i suoi ottanta passati con un invidiabile giovanilismo, non solo di testa, tant’è che ad una non lontana messa che celebrò in suffragio di un comune amico gli dissi, incautamente, :”tu ci seppellirai tutti”.
    Un ultimo, incauto, pensiero, per il quale chiedo perdono a sua Eminenza il Cardinale Bassetti, seppure non riguardi certo lui, è un dilemma che mi pongo su don Elio da più di trenta anni. Santa Madre Chiesa come seleziona i suoi vescovi, se si è dimenticata di don Elio che sarebbe stato – a dir poco – un ottimo pastore.
    Massimo Duranti

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