Verso un nuovo stile per vivere le relazioni interpersonali

Ritrovare una quotidianità diversa

Il tempo che stiamo attraversando ci obbliga a ripensare uno stile nuovo delle relazioni; siamo obbligati a scoprire ciò che conta e a ritrovare una quotidianità diversa. Stiamo riscoprendo la vicinanza, la gioia di preparare insieme un tavolo per mangiare, la chiacchierata in casa. Tutto questo stempera il senso di paura e di preoccupazione che questo nemico invisibile ci ha messo addosso.
Siamo in ricerca di nuovi modi per valorizzare e rivalorizzare i modi di stare insieme.

Nuovo stile di relazioni sta coinvolgendo anche la scuola e l’università

Questa ricerca di un nuovo stile di relazioni non riguarda solo le famiglie ma sta coinvolgendo anche la scuola e l’università.
Come docente universitario, mi trovo ad attendere la lezione con la passione di sempre. Sento gli studenti vicini, capaci più di me di interagire e di dare un contributo attivo alle lezioni, attraverso uno strumento che abitano e che sanno abitare più di quanto pensiamo.

Scoprire la bellezza del rapporto vivo con le persone

Vedo intorno a me realtà giovanili che non hanno interrotto le loro attività con i ragazzi. Vedo animatori di oratorio, educatori di associazioni e capi scout, che oggi sono in fermento per cercare con fantasia di mantenere vive le attività e le relazioni con i ragazzi. Certo si stanno scoprendo tutte le potenzialità dei mezzi di comunicazione. Non li voglio più chiamare mezzi “virtuali” perché oggi ci accorgiamo che in quelle videochiamate ci vediamo, ci parliamo, ci scambiamo idee e riusciamo pure a ridere e commuoverci.

È l’ora di scoprire la bellezza del rapporto vivo con le persone! Ora che ci sta mancando l’incontro, stiamo imparando a dare il giusto valore a chat e cose del genere, e stiamo comprendendo che niente è bello come l’attesa dell’incontro.
Intanto non possiamo perdere i nostri ragazzi. Non possiamo derogare dalla nostra vocazione di educatori. E così, sentendo animatori di oratorio (ho la fortuna di conoscerne molti) e capi scout (io stesso lo sono), puoi raccogliere storie di attività che ti lasciano stupito. Come dirle tutte in un articolo?

Moltissimi educatori sono a fare attività e incontri, a organizzare tornei, cineforum, discussioni, sfide, letture di favole e racconti da scambiarsi; piccole recite o filmati che vengono montati e poi riprodotti con tanto di trama e qualche piccolo ma strabiliante effetto cinematografico. Disegni, cartelloni.
Un gruppo scout ha pensato di riesumare la lettera; ne hanno spedita una ai ragazzi per fargli provare l’ebrezza della carta scritta e che ti arriva per posta; e i ragazzi hanno apprezzato che c’è una maniera per pensare a qualcuno scrivendogli (il che vuol dire pensare a lui). Gare di cucina e prove di abilità a non finire.

Immagino che molte famiglie saranno travolte da questa vitalità dei ragazzi. Una madre di una ragazzina del mio gruppo ha scritto: “Aiuto, mi sono ritrovata in cucina 30 dolcetti al cioccolato! Lo hanno chiesto gli scout? Se sono gli scout, permetto tutto”. Attività che aiutano a non farli sentire separati da tutto il loro mondo. È un fermento di iniziative che coinvolge le famiglie, finalmente riscoperte come parte integrante dei percorsi educativi. Il loro mondo c’è sempre.
Però questo è un tempo che pone domande serie. Non c’è gruppo o oratorio che nelle sue iniziative non scopra di nuovo l’importanza dell’informarsi e del discutere su tutti gli aspetti umani, morali, religiosi, che questa situazione – davvero difficile – ci mette davanti.

Un animatore di oratorio di Bergamo mi diceva al telefono di come fosse toccato dalla richiesta che c’è nei ragazzi di capire il senso della vita e della morte. E così il pianto, che tocca molti in quella città, diventa l’occasione per affrontare un tema tanto delicato e tanto importante per la vita.

Si cerca di non far spegnere il fuoco della carità, magari pensando a qualche nonno e nonna che stanno troppo soli e che magari attendono una chiamata. Un’animatrice di un oratorio di Catania, da Perugia, fa tenere ai suoi ragazzi un diario scritto nel quale porre i loro pensieri, le loro paure, i desideri in questo tempo di debolezza. Quanto è bello riunirsi (telematicamente) la sera e leggersi questi pensieri.

Abbeverarci a Dio. Non è cosa che un virus può fermare

È un tempo di preghiera. Tanta preghiera. Ci manca l’eucarestia, un digiuno difficile, ma è un desiderio che ci spinge a incontrare la Parola. Abbeverarci a Dio non è cosa che un virus può fermare. Quanta preghiera si sta sperimentando!
Usciremo da tutto ciò ridimensionati, meno annoiati e meno assonati, perché sapremo che nulla è scontato e che la vita è bella perché va coltivata… con la fede prima e poi con creatività.
Marco Moschini
Docente di Filosofia teoretica
e capo scout Agesci

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