Ora arrivano le gatte da pelare

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di Daris Giancarlini

Pensava di vincere, non di stravincere, Donatella Tesei. Che infatti, nella prima conferenza stampa alle 2 della notte elettorale, è sembrata emotivamente colpita dalla portata della vittoria che ha consentito al suo schieramento di conquistare, alla vigilia del 50° di nascita della Regione, la guida dell’Umbria.

A danno dell’inedita, improvvisata ‘alleanza’ (?) tra Partito democratico e cinquestelle, che fino a qualche settimana prima del voto umbro erano stati nemici acerrimi. Basti ricordare che a far partire Sanitopoli, l’inchiesta giudiziaria sui concorsi in sanità che ha sconquassato un Pd umbro già malmesso di suo, erano state proprio le denunce della pattuglia grillina in Consiglio regionale.

Ma dopo la crisi del Governo giallo-verde innescata dal segretario della Lega, Matteo Salvini, il voto regionale in Umbria è assurto a ruolo di primo test sulla consistenza reale, e sulle possibilità future, della maggioranza Pd-5S (più Italia viva di Matteo Renzi, che però in Umbria non si è presentata con propri candidati).

E il test, che alla fine anche il centrosinistra più i grillini hanno santificato, volenti o nolenti, con la riunione di Narni (presente perfino il premier Giuseppe Conte), ha detto che no, almeno gli umbri non gradiscono. Quei 20 punti percentuali di distacco tra Tesei e il candidato presidente di Pd-5S, il civico Vincenzo Bianconi, non sono né ‘interpretabili’ né redimibili. Sono una pietra tombale su un’eventuale riproposizione dello stesso connubio in altre elezioni regionali. Ma d’altronde Di Maio, il capo politico grillino, prima di decidere sull’Umbria aveva fatto votare gli iscritti del suo movimento sulla mitica piattaforma Rousseau: come a dire, sono il capo ma decidete voi.

L’atteggiamento del segretario Dem, Zingaretti, non era stato meno guardingo, ma anche per lui alla fine aveva prevalso la logica dell’argine all’avanzata della Lega. Peccato che in Umbria né il Pd nazionale né quello locale si fossero accorti che il fiume leghista quell’argine lo aveva rotto da tempo. Fin dalle regionali del 2015, quando a tirare la volata quasi vincente all’allora candidato presidente, Claudio Ricci, contro Catiuscia Marini (bis), erano stati proprio i 50.000 voti e passa della Lega.

Poi, in tutte le successive tornate elettorali, il partito di Salvini non ha fatto altro che guadagnare consensi, fino ad arrivare all’exploit del 38,8 per cento ottenuto alle elezioni europee del giugno scorso. E la Lega con il resto del centrodestra governa già in Umbria il 62 per cento dei Comuni (pari a più di 500 mila abitanti), a partire dai più grandi, come Perugia, Terni, Spoleto, Todi, Orvieto e Umbertide.

Dunque, quando Zingaretti viene in Umbria a fare campagna elettorale e dice che “qui Salvini non deve vincere”, dà il senso di un ritardo notevole. Dovuto forse al fatto che, finché questo voto regionale non è stato caricato di implicazioni nazionali, dell’Umbria importava poco o nulla al di fuori dei suoi confini. Essendo – come ha osservato, con poco tatto politico – il premier Conte, “grande quanto la provincia di Lecce”.

Nel primo commento a caldo sulla sconfitta umbra, Zingaretti conferma “una tendenza negativa che non siamo riusciti a ribaltare”. Magari sarebbe anche stato opportuno chiedersi perché e per responsabilità di chi, per progettare una ripartenza. Sta di fatto che nessuno dei capi del Pd, nazionali o locali, si è fatto vedere insieme a Bianconi a commentare il disastro delle urne.

Quel Bianconi che, da civico in quanto (orgogliosamente) inesperto delle cose della politica, avrebbe dovuto – nelle intenzione dei suoi sostenitori – tentare l’impresa titanica, in una Regione praticamente già persa politicamente, dare una ‘riverniciata’ alla politica stessa in un momento di forte crisi dei partiti: del Pd dopo Sanitopoli e la scissione renziana, e dei cinquestelle in continuo e, in tutta evidenza, inarrestabile declino di consensi per la palese assenza di contatto con il territorio.

Più politicamente saldo e consistente lo spessore della Tesei, con alle spalle un’esperienza decennale da sindaco di Montefalco. Anche questo le ha consentito di proporsi non come neofita della politica ma come possibile amministratore affidabile e rassicurante a una platea di elettori umbri che, in una fase economica e sociale regionale caratterizzata da grande incertezza, sembra aver trovato nella Lega un punto di riferimento meno incerto e impalpabile dell’ormai cronicamente malmesso Pd e del poco presente Movimento 5 stelle.

Ora, mentre Pd e grillini devono ‘elaborare il lutto’, il vincentissimo centrodestra a trazione leghista (ma con una consistente presenza di Fratelli d’Italia, e un ruolo meno incisivo di Forza Italia) è chiamato a interpretare nella maniera più realistica ed efficace possibile il successo che gli è piombato addosso. E magari ad affrontare quei temi, tutti regionali, che in una campagna elettorale caratterizzata prevalentemente come test nazionale non hanno trovato posto.

Per esempio: non si capisce bene quale sia, e se ci sia, una scelta tra la strada della macroregione e quella del regionalismo differenziato. Non si comprende quali possano essere le linee di indirizzo per rilanciare il sistema produttivo, né arrivano indicazioni serie e concrete per risolvere l’eterno problema dell’isolamento dell’Umbria. Di più: la ricostruzione postterremoto. È sufficiente pensare al risanamento edilizio, o serve anche qualche idea per evitare lo spopolamento delle zone colpite? E infine, la sanità: ci si limita a dire “fuori la politica”, o magari servirebbe più politica, ma quella ‘buona’?

Buon lavoro, Tesei. Il da fare non le manca.

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