POLITICA. Il Partito democratico all’indomani dell’elezione di Zingaretti

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di Daris Giancarlini

Un anno esatto. Tanto è passato dalla sconfitta elettorale alle politiche del 4 marzo 2018 prima che il Partito democratico avesse un nuovo segretario, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. È stato eletto domenica 3 marzo scorso da quel milione e 800 mila persone (così riferisce lo stesso partito) che hanno fatto la fila ai gazebo nelle piazze o alle sedi delle sezioni Pd delle varie città italiane.

L’afflusso di iscritti, militanti e simpatizzanti a queste votazioni interne è stato salutato dalla dirigenza Dem come un primo successo del ‘nuovo’ partito. Questo anche se, negli anni da Veltroni in poi, il numero dei votanti alle primarie del Pd è in continua discesa (le scissioni, singole o organizzate, hanno di certo inciso su questo dato).

Ma per un partito tramortito dalla batosta di un anno fa, anche un milione di votanti sarebbe stato interpretato come una testimonianza inoppugnabile di esistenza in vita. Allo stesso modo sono stati interpretati anche i risultati alle elezioni regionali di Abruzzo e Sardegna, dominate dal centrodestra ma con un centrosinistra al di sopra del 30 per cento.

Dimostrare di non essere scomparsi: dopo nove mesi di governo Lega-cinquestelle, su questo si appuntano gli sforzi del centrosinistra. Ma, più che lo sforzo dei singoli partiti, questa è sembrata essere anche e soprattutto la preoccupazione principale di un’area ben definita della società italiana, al cospetto dell’onda sovranista e populista che pare caratterizzare – stando almeno alla rete dei media sociali ed a parte dei mezzi d’informazione – il sentimento della maggioranza degli italiani.

Così, anche i 250 mila che hanno sfilato a Milano al seguito delsindaco Giuseppe Sala, in un evento in cui i politici hanno lasciato la scena alle componenti più impegnate nell’accoglienza e nell’inclusione, sono stati l’emblema, più che altro, di un ritrovato senso di responsabilità a impegnarsi per riproporre valori e ideali che si percepiscono come momentaneamente oscurati. “Io ci sono” sembrava dire ognuno di quei manifestanti che hanno sfilato fino a piazza Duomo, cantando e ballando.

Ma “io ci sono” lo dicevano anche coloro che hanno votato alle primarie del Pd. La base di questo partito e del centrosinistra sembra fare di più e meglio di quanto facciano i suoi vertici. Quanto meno, i militanti sembrano indicare una strada diversa rispetto a quelle beghe e divisioni del passato che hanno caratterizzato la storia degli ultimi anni del Partito democratico. Starà ora al nuovo segretario raccogliere queste istanze, che sostanzialmente chiedono unità e stop divisioni.

A questo proposito, il fatto che l’ex segretario Matteo Renzi non abbia voluto rivelare, prima del voto ai gazebo, a chi andasse il suo voto, non tranquillizza sul fatto che l’ex premier possa assicurare un futuro tranquillo a Zingaretti. Non va dimenticato che la maggioranza dei parlamentari Dem attualmente in Senato a Camera sono stati eletti l’anno scorso in quota renziana.

Dicono che il nuovo segretario Dem abbia ottime doti di negoziatore: non sarebbe un esordio confortante, per chi lo ha votato e per tutto il Pd, se dovesse impegnare la gran parte del proprio impegno a sondare gli umori di Renzi, anziché a dare uno sbocco politico a quelle ‘prove di esistenza in vita’ che ultimamente il centrosinistra è riuscito a evidenziare.

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