Politica. Il metodo “comando io” non reggerà all’infinito

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di Daris Giancarlini

“Comando io” ha detto Matteo Salvini a proposito di chi orienta le scelte dell’esecutivo penta-leghista. Non è mai bello citarsi, ma su La Voce del 6 dicembre scorso un mio pezzo sulla situazione politica cominciava proprio con “Comanda Salvini”. Per dire che la frase pronunciata dal vice premier/vero premier del Governo della reciproca convenienza (in assenza drammatica di alternative…) altro scopo non ha se non quello di rendere chiaro ed evidente, per chi ancora non l’avesse capito, a chi vanno attribuite le responsabilità di guida della barca governativa.

Con buona pace dell’‘alleato’ grillino e dell’altro vice premier, quel Luigi Di Maio che fin da subito è stato costretto dall’esuberanza del leader leghista a rincorrere i temi che Salvini ha dettato ogni giorno, e che ogni giorno hanno portato acqua al mulino del consenso della Lega, sottraendo voti (come hanno dimostrato le elezioni regionali svoltesi dal giugno scorso a oggi) proprio ai cinquestelle.

Situazione che ha portato a un paradosso, uno dei tanti che caratterizzano l’attuale fase politica in Italia: i rapporti di forza in Parlamento si basano sui risultati delle urne del 4 marzo 2018, con il Movimento 5S oltre il 30 per cento e la Lega al 17. I rapporti di forza dopo 13 mesi da quel voto – stando ai sondaggi e anche agli esiti dei vari voti regionali – si sono praticamente ribaltati a tutto favore di quello che una volta si chiamava Carroccio.

Un paradosso che non può durare a lungo, tanto che si vocifera di un crescente malcontento dei ministri in quota leghista, e del potente sottosegretario Giorgetti, nei confronti della permanenza al governo con i grillini. Malcontento che finora Salvini ha stoppato, ma dopo quel “comando io” non si può essere del tutto certi che lo voglia fare ancora.

È sempre del capo leghista la sollecitazione continua, nelle ultime settimane, a un “cambio di passo” del Governo. Perché si moltiplicano al ritmo di una al giorno le previsioni di soggetti terzi, nazionali e internazionali, su un’economia italiana finita nelle sabbie mobili della recessione.

Salvini finora ha sostenuto e allargato il proprio consenso con i temi a lui più consoni, quelli relativi a immigrazione e sicurezza. Ma continuare a battere su queste grancasse significherebbe ammettere che neanche il suo decisionismo è riuscito a risolvere le vere o presunte emergenze su questo versante.

Ora il mirino del leader della Lega si sposta giocoforza su quei ‘numerini’ dell’economia tanto vituperati in sede di lancio della manovra economica, per la gran parte fondata sul deficit, e poco e niente sugli investimenti (bloccati dai veti reciproci dei due contraenti il patto di governo).

Anche se la ‘nuova’ Lega non ha più un respiro solo localistico, i richiami delle categorie produttive del Nord non possono essere trascurati troppo a lungo da Salvini, pena la perdita di credibilità nei confronti dello zoccolo duro del proprio consenso.

Quindi si va avanti, certamente fino alle elezioni europee, con una collaborazione ogni giorno più problematica tra leghisti e cinquestelle (come hanno dimostrato anche le polemiche sul congresso delle famiglie tenutosi a Verona). Dal giorno successivo a quella tornata elettorale, tutto o quasi sarà rimesso in discussione.

Perché vivacchiare nell’immobilismo, mentre l’economia italiana vede il baratro, non conviene a nessuno.

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