Politica. Lo scenario su cui si apre il 2020: l’ennesima “rifondazione” del Pd

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di Daris Giancarlini

I maggiorenti del Partito democratico chiusi in conclave dopo le feste di Natale in un’abbazia del Reatino: non per smaltire le scorie gastronomiche del periodo natalizio, ma per disegnare il Pd del futuro sull’onda di quanto annunciato dal segretario Nicola Zingaretti, che parla – per l’ennesima volta, a sinistra – di una ‘rifondazione’.

A partire dal nome, che forse, stando ad alcune anticipazioni, non comprenderà più la parola ‘partito’. A ulteriore conferma che ormai, nelle democrazie del nuovo millennio, leaderismo e movimentismo stanno soppiantando – con il sostegno più o meno consapevole dei mass media (che non mediano più) – quelli che erano i soggetti, classici e tradizionali, della mediazione; e che restano una delle colonne portanti di qualsiasi democrazia che si voglia proclamare in buona salute.

In realtà, l’intenzione di Zingaretti di cambiare nome al partito che capeggia viene motivata come volontà di apertura (a sinistra?) verso quei pezzi di società civile che stanno riempiendo le piazze italiane negli ultimi mesi, lanciando alla politica tutta sollecitazioni per un cambio di linguaggio e un impegno maggiore su temi meno ansiogeni e divisivi di quelli cavalcati finora dai leader di primo piano.

In pratica, il segretario del Pd, pur ribadendo di non voler mettere il cappello sul movimento delle Sardine, pensa proprio a questa fetta di elettorato per rinsanguare il suo partito. Ma finora ha ricevuto in risposta soltanto un “ancora è troppo presto” da parte dei vertici delle Sardine.

Renzi, che dal Pd è uscito da qualche mese fondando con Italia viva una forza che guarda all’ormai mitico – se non mitologico – centro moderato, avverte che un Pd spostato più a sinistralo potrebbe favorire. Ma i sondaggi danno la nuova creatura renziana ancora attorno al 5 per cento dei consensi.

Una quota, il 5 per cento, che i partiti di maggioranza (lo stesso Pd e i cinquestelle) hanno fissato come sbarramento minimo per entrare in Parlamento in base alla nuova, ennesima legge elettorale che ogni maggioranza cambia volendo cucirsi addosso il vestito che le permette con maggiore probabilità di restare in sella il più a lungo possibile.

La proposta di nuova legge elettorale presentata dalle due forze che sostengono il Conte 2 è totalmente proporzionale. Anche questa scelta suona come una sorta di pietra tombale sul Pd delle origini, che Walter Veltroni aveva immaginato a prevalente vocazione maggioritaria.

Ma tant’è, ormai la politica – tutta la politica, da sinistra a destra – si muove con il principale, se non unico, obiettivo di conseguire nell’immediato il massimo del consenso. In una perenne campagna elettorale. D’altronde, negli ultimi mesi si sono susseguite le elezioni europee e quelle regionali in Umbria.

Il 26 gennaio prossimo si vota in Emilia-Romagna e in Calabria, in maggio per altre sei Amministrazioni regionali e 20 capoluoghi. Tutto ciò non soltanto esaspera i toni del confronto politico, mandando in soffitta quel minimo di dialogo tra diversi che sarebbe necessario per conseguire obiettivi di comune interesse, ma crea una sorta di ‘surplace’, di sospensione delle decisioni da prendere.

Perché, in attesa del voto, meno si fa e meno si sbaglia. Così, aspettando la prossima votazione, l’Italia è un Paese fermo, bloccato, tenuto come in una sorta di limbo da una classe politica che non sa, o non vuole, vedere quelle che Papa Francesco ha definito “le inquietudini straripanti del tempo presente”. Tutta impegnata, la politica tutta, a dirimere le ricorrenti diatribe interne a ogni singola forza (vedi le fronde anti-Di Maio nei 5s) e a evitare anche soltanto di abbozzare risposte serie a quel senso di smarrimento dei valori che sta pervadendo la società italiana.

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