POLITICA. Perché a Salvini fa comodo non mollare

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di Daris Giancarlini

Si era auto-proclamato “avvocato del popolo”, nella sua prima dichiarazione pubblica, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte; quello che Papa Francesco, nella conferenza stampa in aereo di ritorno dal suo ultimo viaggio all’estero, ha definito, con intento positivo, “professore”.

Ha trascorso i primi mesi a palazzo Chigi, il premier chiamato su quella poltrona dal Movimento 5 stelle, a cercare di dare spessore al proprio ruolo (un imitatore lo rappresentava in tv senza volto…).

Poi si sono susseguiti diversi appuntamenti elettorali in cui, specialmente con le europee e le amministrative, si è materializzato un perfetto ribaltamento delle proporzioni di consenso delle due forze di maggioranza, a tutto vantaggio della Lega. Così quello stesso premier che doveva bilanciare in un primo momento il cammino di governo evitando scivolamenti verso i grillini, si è trovato con una Lega e soprattutto un Matteo Salvini debordante, spesso nelle vesti di vero premier ‘in pectore’.

Mutate le proporzioni di consenso, Conte si è trovato rivoluzionata l’agenda di governo, con temi connotati più dal colore verde leghista che da quello giallo dei grillini. Da lì la sua poltrona si è fatta scomoda; ma nel contempo la sua figura, insieme a quella del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, è diventata il punto di riferimento del Quirinale e del presidente della Bce, Mario Draghi, per calmierare le esuberanze soprattutto anti-Ue della coppia Salvini-Di Maio.

I due vice premier (ai quali Conte aveva pubblicamente fatto pervenire una sorta di ultimatum, non di grande effetto finora) dopo le scaramucce pre-voto, sembrano aver ritrovato un’intesa su alcune problematiche, dal decreto sicurezza bis al salario minimo: una rinnovata ‘liason’ che sembra avere come bersaglio proprio Conte, inaspettatamente europeista e uomo delle istituzioni. “Per proteggere i risparmi degli italiani”, dice il ‘nuovo’ premier: come programma di governo, non è questione da poco.

Il suo riferimento è soprattutto alla questione dei “minibot”, questo strumento finanziario per pagare i debiti della pubblica amministrazione proposto dalla Lega (e votato distrattamente da tutto il Parlamento, opposizioni comprese), che Conte (con Tria e Draghi) adesso avversa, ma che aveva ben presente, avendo letto questa proposta in quel contratto di governo che lui stesso si era impegnato a realizzare “punto per punto”.

Dunque, dopo il Governo ‘dei due governi’ dei mesi scorsi, adesso ne abbiamo tre, contando anche quello del premier? È probabile: il punto vero è quanto potrà andare avanti questa situazione, in una maggioranza in cui Di Maio, dopo lo scivolamento a sinistra a tutto uso elettoralistico, ha compiuto un’inversione completa a U, tanto che i cinquestelle sono in procinto di costituire un gruppo al Parlamento europeo con il partito della Brexit di Farage.

Ma soprattutto, i tempi di durata saranno determinati da un Salvini che, pur avendo tutte carte vincenti in mano, al momento non ha alcuna intenzione di strappare. Anche per non mettere il proprio timbro sulla gestione dei conti pubblici italiani. Quindi, paradosso dopo paradosso, Conte resterà premier grazie proprio a quel Salvini restio a stravincere. Per quanto ancora, non si sa.

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