Qualità e innovazione

Quale competitività per l'economia umbra? Un'indagine mette a fuoco il tessuto produttivo

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È stato presentato mercoledì 29 giugno scorso uno studio compiuto dal servizio programmazione strategica della giunta regionale della regione dell’Umbria, volto a delineare un quadro di valutazione della competitività e dell’innovazione in Umbria nel 2004. Utilizzando un’appropriata batteria di indicatori, aventi ad oggetto le ‘risorse umane’, la creazione di conoscenza, la trasmissione ed applicazione della conoscenza, le innovazioni finanziarie, di prodotto e di struttura di mercato, lo studio si propone di fornire elementi per una valutazione del posizionamento competitivo in materia di innovazione dell’economia regionale. Pubblichiamo il commento di Pierluigi Grasselli, docente di Economia alla facoltà di Economia e Commercio di Perugia. L’indagine condotta con il Ruics, accurata, chiara e rigorosa, mette a fuoco alcuni aspetti centrali di un’economia basata sempre più sulla conoscenza, ed immersa nei mercati globali, e perciò orientata alla qualità e all’innovazione. Tra i punti di forza del territorio regionale, si includono la quota elevata di persone giovani dotate di buon livello d’istruzione, cui purtroppo l’economia umbra non riesce ad offrire una collocazione, o comunque una collocazione adeguata, il peso elevato della spesa pubblica in ricerca e sviluppo (che riflette il peso dell’Università nell’economia regionale), e una propensione all’innovazione diffusa nel tessuto manifatturiero; ma si tratta di un’innovazione che è soprattutto di processo, anziché di prodotto, e che reagisce alle sollecitazioni del mercato, anziché giocare d’anticipo rispetto ad esso. Tra i punti di debolezza, un basso livello della spesa privata in ricerca e sviluppo, e della produttività dell’attività di ricerca e sviluppo (ad es., basso numero di brevetti) e, con riferimento al complessivo ambiente macroeconomico regionale, un basso grado di apertura verso l’esterno, in un contesto di crescita economica non particolarmente brillante. La valutazione netta che discende da questo complesso intreccio di indicatori pone l’Umbria al 12’posto nella graduatoria complessiva delle regioni italiane, al di sotto delle regioni del Centro nord. Questa situazione (che conferma le preoccupazioni espresse nel recente rapporto Eurispes: v. La Voce dell’1/7/05 ) di certo riflette i caratteri del tessuto produttivo della regione, fatto in gran parte da imprese piccole o piccolissime, e molto spesso sub-fornitrici, e perciò in misura più o meno grande senza contatto diretto col mercato. Ciò rende complesso lo sforzo di potenziare l’orientamento dell’economia umbra all’innovazione più efficace e diffusa. In ogni caso riteniamo inadeguata la conoscenza disponibile, mostrata da questo pur apprezzabile studio: se non si può tener conto delle diversità settoriali e territoriali (i dati della ricerca sono tutti aggregati), come si può assicurare una soddisfacente razionalità alle politiche per lo sviluppo locale? Inoltre, non abbiamo una conoscenza adeguata del grado di sviluppo delle relazioni, formali o informali, che sussistono tra gli operatori (il cosiddetto capitale sociale), che svolgono un ruolo centrale nella prospettiva dell’innovazione e quindi dello sviluppo locale: si pensi alle relazioni tra le imprese all’interno del territorio regionale, o con unità esterne rispetto ad esso, al ruolo che le associazioni di imprese possono svolgere nel guidare i movimenti di cooperazione e integrazione tra esse, ai rapporti tra Università e imprese, e tra banche e imprese: su questi fronti si gioca la possibilità di sperimentare promettenti aggregazioni, quale quella di recente avviata tra un gruppo di piccole e medie imprese del tessile-abbigliamento. Il tema delle relazioni induce a ripensare criticamente (secondo un orientamento che appare sempre più condiviso) il Patto per lo sviluppo dell’Umbria. Lo stesso studio qui analizzato sottolinea in chiusura come il processo verso una diffusione piena di qualità e innovazione chieda il coinvolgimento responsabile di tutti gli operatori. Si osservi che, trattandosi di un obiettivo politico primario, viene chiamata in causa anche la partecipazione democratica (oggi così poco praticata, e così poco promossa) dei cittadini al progresso delle sorti della comunità regionale.

AUTORE: Pierluigi Grasselli