Quell’estrema dignità di tutti

editoriale

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Hnno profanato le tombe di alcuni cimiteri. Ci sono state reazioni giustificate e vivaci, e molta sorpresa. Se c’è infatti un principio che accomuna l’umanità nella sua storia e nella sua dimensione geografica, è il rispetto e persino il culto dei morti. L’offesa ai cimiteri non è contro la religione dominante (che in quelle terre sacre si manifesta con i simboli delle croci e delle immagini sacre), ma le persone, con i loro resti mortali, i loro nomi e volti. Accomunate nell’identica condizione che attutisce ed oscura ogni altra caratteristica e identità acquisita in vita. Persino i cimiteri di guerra assumono un carattere di umanità che supera quello di nazionalità, anche in terra che fu nemica. Al singolo defunto si attribuisce il diritto al perdono e alla pace (Parce sepulto). Quando avviene un’offesa a questa sfera della vita umana, come ha detto il vescovo Bassetti, in un certo senso si fa un atto di disprezzo alla vita, considerata nel suo compimento e nel suo mistero. Di fronte alla morte l’Homo sapiens china il capo, l’uomo religioso prega, il poeta e l’artista elabora con ispirate espressioni il dolore e la passione. Nella cattedrale di San Loenzo a Perugia, sabato scorso è stata eseguita la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, eseguita per la prima volta a Milano nel primo anniversario della morte di Alessandro Manzoni. È stata un’esecuzione per coro e orchestra giovanili che ha trasmesso una carica di emozione difficilmente descrivibile. La morte si potrebbe dire che sia la molla più potente dell’amore e del sentimento umano. Quando al contrario abbiamo segni di disprezzo, a parte la pura follia, vuol dire che siamo al degrado interiore della propria umanità. Nel cimitero ci sono i ricchi e i poveri, i morti giovani e vecchi, i credenti e gli atei, i buoni e i cattivi. Non si può fare un dispetto a qualcuno senza rendere offesa a tutti. Nella difesa della dignità dei cimiteri e nella loro cura vi è un bell’esempio di coinvolgimento dei Comuni, delle parrocchie e della famiglie dei cittadini e dei fedeli. Sono molte centinaia, di tutte le dimensioni, i cimiteri in Umbria – nel solo Comune di Perugia ve ne sono più di trenta – e sono circondati da affetto e onore, segno di umanità e civiltà. Dei giovani d’oggi, figli della televisione che sforna scene di violenza e omicidi a flusso continuo, si dice che già a 4 anni hanno potuto assistere a migliaia di scene di uccisioni nelle circostanze più varie, soprattutto nelle fiction, dove la morte sembra solo un elemento dello spettacolo. Un amico mi ha raccontato che una bambina di due anni, cui il padre stava dicendo garbatamente che era morto il nonno al quale era molto affezionata, con uno scatto gli ha chiesto: “Chi l’ha ammazzato?”. Sta scomparendo dall’orizzonte della nostra cultura l’idea che la morte sia un evento naturale, non un fatto banale o da nascondere o da esorcizzare, ma da vivere con serietà e rispetto. Ai cristiani è data la fede nella risurrezione e nella vita eterna, ma non è tolto il dolore del distacco e l’umiliazione del corpo, che danno diritto e dignità alle forti grida e lacrime che ogni morte suscita.

AUTORE: Elio Bromuri