Recovery? Puntare sulla famiglia

Glielo spieghiamo noi, a Mario Draghi, come si possano efficacemente investire alcuni miliardi dei tanti in arrivo con il Recovery Fund; un investimento a medio-lungo termine che sicuramente darà frutti positivi e copiosi. Insomma, punti un gettone bello e corposo sulla famiglia, sulla natalità.

Sembra che ci abbia per ora ascoltato, visto che ha confermato sia il ministero per la Famiglia, sia la titolare che l’occupava in precedenza e che si stava dando da fare per un riordino delle misure anche economiche di sostegno a chi, oggi, ha ancora il coraggio di sposarsi e di fare figli.

Ecco, partiamo da qui. Le statistiche ci dicono che l’anno del Covid ha pure sterminato le promesse nuziali: nella mia città si sono quasi dimezzate, toccando il minimo storico da quando il Comune elabora le sue statistiche. Figli? Lasciamo perdere. Il ritmo è tale che tra alcuni decenni la popolazione sarà quasi dimezzata, se la dinamica non cambia. Fa specie l’età media in cui si fa dalle mie parti il primo figlio: 34 anni le madri italiane, 37 anni i padri… Insomma siamo nella parte finale della fertilità della donna, diventa un’impresa arrivare al secondogenito e chi ha due figli fa già parte da tempo del club delle “famiglie numerose”.

Ecco: il legislatore sembra finalmente preoccuparsi dello tsunami più grande che sta investendo la società italiana, provando a turare alcune falle. Aiuti economici ce ne sono già oggi, ma sono frastagliati, confusi, spesso iniqui, sempre insufficienti. La classica selva di piantine che non faranno mai un bosco, nemmeno piccolo.

Da qui l’esigenza anzitutto di un riordino che porti a pochi, ma consistenti aiuti per chi fa figli. Per tutti, perché ormai i distinguo non giovano a nulla. Chi fa un figlio va addirittura premiato, non solo agevolato e men che meno ignorato con qualche buffetto sulle guance.

Senza nuove generazioni non c’è futuro per nessuno.
Quindi assegni (di consistenza non ridicola od offensiva) dati ai nuclei familiari per ogni figlio da mantenere. Servizi quali gli asili nido, che è incredibile che latitino ancora in diverse città italiane. Tempi di lavoro che siano flessibili non solo per le esigenze familiari, ma anche in considerazione del fatto che il lavoro stesso è cambiato: non siamo più da tempo nel Novecento, c’è Internet, il telelavoro, l’esigenza di risultati e non di cartellini timbrati. E tanto altro.

Ma già se arrivasse un investimento economico rilevante, ci baceremmo i gomiti: abbiamo privilegiato pensionati e monopattini, è ora di guardare anche al futuro.

Nicola Salvagnin

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