Sant’Ubaldo: perchè le spoglie sull’Ingino?

L'11 settembre la traslazione del Patrono per opera del vescovo Bentivoglio: un sogno gli indicò il luogo

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L’undici settembre, che dal 2001 evoca a livello mondiale l’attentato e la strage delle “Torri Gemelle” di New York che hanno stravolto i rapporti tra gli Stati ed i popoli, coincide con uno degli avvenimenti che hanno segnato e segnano, in questo caso in senso positivo, la vicenda spirituale e civile del popolo di Gubbio: la traslazione del corpo del patrono sant’Ubaldo, avvenuta l’11 settembre 1194 per opera del vescovo Bentivoglio, lo stesso al quale, pochi anni prima, il 5 marzo 1192, papa Celestino III aveva indirizzato la “bolla” di canonizzazione del Santo vescovo, ad appena due anni dalla morte.

In tale circostanza le sacre spoglie furono trasferite, per ragioni di sicurezza, presso una piccola cappella nei pressi della Rocca anteriore del monte Ingino, prima di trovare migliore collocazione nella chiesa attuale, risultanza di due interventi radicali avvenuti ad oltre quattro secoli di distanza l’uno dall’altro.

La prima trasformazione avvenne con i lavori iniziati nel 1514 per merito grazie delle duchesse Della Rovere che intesero in tal modo testimoniare al Patrono grande devozione e sincera gratitudine, attribuendo alla sua intercessione la guarigione di un loro illustre congiunto, lo zio papa Giulio II. La seconda fu opera di padre Emilio Selvaggi (1915-1923) che ha dato alla basilica la sua struttura attuale (corretta nel 1984-85 da padre Giacomo Speziali con lo spostamento dell’altare maggiore nella posizione attuale), trovando il consenso e la piena collaborazione delle istituzioni e dei cittadini tutti.

Sulla traslazione si sono inserite nei secoli interpretazioni al limite della leggenda. La più accreditata, ripresa anche nella decorazione di una delle vetrate, è quella descritta da Stefano da Cremona in una Vita di Sant’Ubaldo pubblicata nel 1517. Secondo l’autore il Patrono sarebbe apparso in sogno al vescovo Bentivoglio invitandolo ad indire tre giorni di preghiere e di digiuni, al termine dei quali caricare l’urna con il suo corpo su un carro trainato da buoi ‘indomiti’ (non domati cioè) lasciandoli liberi di seguire il loro istinto e di scegliere come luogo per custodire le sue spoglie quello dove si sarebbero fermati.

Gli animali presero la strada del monte Ingino arrivando fino in cima; i rami degli alberi usati per stimolarli, piantati, si trasformarono in due splendidi olmi. Una vicenda che, al di la delle ricostruzioni di fantasia, ha cambiato la geografia, i sentimenti ed i costumi di un popolo intero. Da quel lontano 1194 per tutti il monte Ingino o di San Gervasio è il “Monte di sant’Ubaldo”. Da allora è per la basilica l’ultimo sguardo di chi parte verso altre destinazioni ed il primo di chi ritorna. Soltanto vedendola si ha la certezza di essere “ritornati a casa” per davvero.

AUTORE: Giampiero Bedini