SISMA. Parole dure di mons. Boccardo sulla ricostruzione

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“ È un san Benedetto triste e amareggiato quello che festeggeremo l’11 luglio. Sono passati quasi tre anni dalle prime scosse del terremoto che nel 2016 ha devastato l’Italia centrale, e la ricostruzione stenta. Ci sono tante inadempienze. Abbiamo ascoltato molte promesse e assicurazioni ma, accanto a qualche piccola realizzazione, di grande non abbiamo visto nulla. Sono più i vuoti che i pieni”.

Nel corso di una conferenza stampa nei locali del vescovado di Spoleto, martedì 9 luglio, l’arcivescovo di Spoleto-Norcia mons. Renato Boccardo non ha usato mezzi termini per denunciare la lentezza della ricostruzione post- sisma 2016, alla vigilia dei tre anni dalla prime scosse (24 agosto).

Lentezza che si declina in burocrazia. Una denuncia ribadita da mons. Boccardo riecheggiando le parole di Paolo Rumiz, contenute nel libro Il filo infinito dove l’autore, lungo le strade dell’Appennino terremotato solcate nel tempo dai monaci benedettini, parlando della burocrazia la definisce “un esempio tutto italiano di una macchina burocratica capace di uccidere più del terremoto, ostacolando i ritorni con regole e divieti. I passaggi burocratici sono un attentato alla ricostruzione”.

Il presule ha portato diversi esempi di burocrazia. Tra tutti quello della basilica di San Benedetto, “icona del terremoto. Dopo tre anni, ancora stanno rimuovendo le macerie. Siamo oltre il terzo lotto dei lavori, e tra un lotto e un altro passano dei mesi. Questo perché è scaduto il contratto con l’azienda addetta allo smaltimento, e solo ultimamente sembra sia stato rinnovato”.

L’Arcivescovo, sempre in merito a San Benedetto, ha informato che le linee guida per la ricostruzione, come noto, ci sono.

Si è fatto solo qualcosa

“Siamo in attesa – ha detto – che il ministro per i Beni e le attività culturali proceda con il concorso internazionale di progettazione”. Nella vicina chiesa concattedrale di Santa Maria ci sono detriti all’interno, mai rimossi, che coprono preziose opere d’arte. “Dopo tre anni cosa, si potrà recuperare?” si domanda mons. Boccardo.

L’abbazia di Sant’Eutizio: la chiesa abbaziale è stata messa in sicurezza con una lodevole opera ingegneristica; al momento si stanno smaltendo le macerie nel cortile, così poi la Regione potrà provvedere a mettere in sicurezza la montagna sovrastante, e la diocesi potrà mettere in sicurezza il complesso abbaziale. Qualche piccolo spiraglio.

Ad oggi, comunque, si sta lavorando su 14 chiese danneggiate (ordinanze 23 e 32 del 2017), tutte con danni inferiori a 300.00 euro. Di esse, una è già stata riaperta al culto, quella di Santa Maria a Cerreto di Spoleto. Si potrebbero avviare i lavori in altre 16 chiese grazie all’ordinanza 38 del 2017, rimodificata in parte dalla 63 del 2018: manca però l’ordinanza applicativa che, a distanza di due anni, pare sia in discussone in questo periodo.

Moduli temporanei: la diocesi ha presentato domanda per posizionare, a proprie spese, in cinque frazioni del Comune di Norcia – Valcaldara, Frascaro, Nottoria, Castelluccio e Forsivo – un container provvisorio per consentire a chi è rimasto di ritrovarsi insieme e poter celebrare, quando possibile, l’eucaristia. È stato autorizzato solo quello di Forsivo.

Per gli altri, nulla da fare: troppo elevato sarebbe l’impatto all’interno del Parco dei Sibillini. Naturalmente dispiaciuto mons. Boccardo: “Non si tratta – ha spiegato il presidente della Conferenza episcopale umbra – di trasgredire le leggi. Tutt’altro. Nell’emergenza, però, le persone non possono essere schiavizzate dalle leggi.

È giusta e doverosa l’attenzione alle infiltrazioni mafiose e a minacce simili, su questo tutti noi vescovi delle diocesi terremotate siamo d’accordo. Legalità e trasparenza sono elementi imprescindibili, ma abbiamo anche bisogno di strumenti utili per agire”. Poi l’interrogativo: “Si vuole che la gente rimanga a vivere nella nostra montagna, o c’è un progetto che la incoraggia a stabilire la propria residenza altrove?”.

La gente ormai è “logora”

E ancora: “Mi sembra che si sia più propensi a dare attenzione agli alberi e agli animali – che la meritano, ci mancherebbe – che non alle persone”. Mons. Boccardo ha anche parlato di rischio di sfaldamento del tessuto umano: “Nella gente vedo tanto scoraggiamento, e per questo mi faccio voce della delusione della gente, del clima di frustrazione e di amarezza in cui vivono e che incide sulla vita quotidiana. La ricostruzione umana e più urgente di quella dei muri. La gente della Valnerina è forte e determinata, ma si logora umanamente. L’emergenza potrà dirsi finita quando tutti potranno rientrare nelle case, tornare nelle loro chiese (ne abbiamo oltre 300 danneggiate) e negli edifici pubblici. Questi sono i luoghi dell’identità nei quali la gente della Valnerina e di Spoleto ritrova la propria storia e le proprie radici. Oggi questi monumenti distrutti non raccontano più nulla”.

E ancora: “Quando durerà il ‘temporaneo’? Le casette non sono la soluzione definitiva. Per avere attenzione o ottenere qualcosa, bisogna bloccare l’autostrada? Ma questo è il diritto della forza, non la forza del diritto. E se deve essere così, allora vuol dire che siamo gambe all’aria. Ci hanno sempre detto ‘non vi lasceremo soli’, ma tante delle nostre richieste non hanno ricevuto risposta”, ha concluso mons. Boccardo.

Francesco Carlini

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