Statuto: scontro sulla famiglia

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A circa un mese dalla conclusione della fase partecipativa sulla bozza di statuto regionale si è ancora lontani dalla stesura di un testo definitivo. Anzi, stando alle notizie che trapelano, la Commissione speciale per lo Statuto sta rischiando seriamente di vanificare il buon lavoro fatto sinora. Sarà perché si è già in campagna elettorale per le prossime votazioni amministrative ed europee; sarà perché in questo momento i rapporti nella maggioranza non sono i migliori a causa di ventilati rimpasti, il fatto è che il senso delle istituzioni dimostrato nei mesi scorsi si è fortemente incrinato. Per cui sono riapparse le posizioni ideologiche e la tattica dei veti incrociati che, tra l’altro, prescindono in gran parte dai molti autorevoli pareri espressi durante la pur breve ma intensa fase di partecipazione. Venendo così meno proprio quello che molti avevano auspicato, vale a dire che il nuovo statuto regionale fosse effettivamente frutto dell’apporto dell’intera comunità regionale. Ciò che è risultato dalla consultazione popolare, specialmente a riguardo dell’articolo 2 sull’identità della Regione e l’articolo 7 sulla famiglia è più che evidente. La stragrande maggioranza vuole che emerga con più forza la consapevolezza di ciò che l’Umbria è. Vuole che nello statuto regionale siano esplicitamente espresse le potenzialità e le qualità per cui l’Umbria è conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo: la cultura e l’arte, il costume e le tradizioni, le città e le bellezze naturali che sono profondamente intessute di cristianesimo. Come si può parlare di identità dell’Umbria e prescindere dall’essere stata terra natale di grandi santi quali Benedetto e Francesco, Chiara e Rita? Come si può non fare riferimento all’essere l’Umbria crocevia di dialogo e di pace in nome di Assisi e di Francesco? Ignorare tutto questo sarebbe autolesionista, oltre che contro la storia. Si vorrebbe poi ancora una volta mortificare la famiglia fondata sull’istituzione matrimoniale. Mi chiedo come si possa continuare ad essere così politicamente miopi. Perché di responsabilità politica si tratta e non di fede o di religione. L’Umbria è una regione ove si nasce poco e si vive a lungo. Gli indici di denatalità e di vecchiaia sono i suoi primati. Tutti i documenti elaborati dalla Regione (Piano regionale di sviluppo, DAP, Piani sociale e sanitario) mettono in evidenza questa tendenza demografica negativa e la preoccupazione per le conseguenze sulla qualità dello sviluppo e le crescenti risorse economiche necessarie ad assicurare i servizi di walfare per tutti. In tali documenti si evidenzia il crescente disagio dei minori e degli adulti e si afferma la centralità della famiglia come risorsa per prevenire questo fenomeno e poi si continua a menare colpi su di essa e ad affossare l’istituto matrimoniale. La Deliberazione della Giunta Regionale n’52 del 4 febbraio scorso relativa ai contributi a favore di coppie di nuova costituzione (anche quelle di fatto, purché’ non abbiano rapporti di parentela tra loro) per l’acquisto della prima casa di abitazione ne è una lampante dimostrazione. Una Deliberazione illegittima ed incostituzionale da ritirare e correggere. Sia chiaro: lo scontro sulla famiglia non è tra laici e cattolici, ma tra chi riconosce o no il diritto di ogni essere che viene alla luce di avere una famiglia e non una cooperativa.In questo clima in cui sta venendo meno una laicità aperta al dialogo e al confronto costruttivo, il rischio concreto che si corre è che la Commissione speciale per lo Statuto non sia in grado di presentare un testo definitivo condiviso. Con la conseguenza che quando la discussione approderà in Consiglio regionale regnerà la confusione più completa. Non ci resta allora che richiamare i Consiglieri regionali alle loro responsabilità personali e politiche. In particolare quelli che fanno riferimento all’ispirazione cristiana perché siano uniti essendo in gioco questioni di fondo e non di tecnica o tattica politica.

AUTORE: Pasquale Caracciolo *