Una storia, un nome, un volto

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di Maria Rita Valli

In questi giorni abbiamo visto tante iniziative dedicate alla Giornata della memoria. Iniziative fatte di testimonianze portate da persone con un nome, un volto, una storia da raccontare, quella della loro vita: vita di sopravvissuti ai campi di concentramento, vita di figli o nipoti di sopravvissuti, o di amici.

Persone che raccontano l’indicibile e nel loro racconto, prezioso e insostituibile, restituiscono piena dignità umana a quegli uomini e donne, bambini e vecchi, che il sistema nazista voleva annientare trattandoli come cose, come numeri. Fare memoria anche delle pagine peggiori dell’umanità è esercizio necessario per evitare che si ripetano.

Ma la storia non è mai uguale a se stessa perché il male si presenta con sfumature e argomenti sempre nuovi. Aver studiato non basta. È diffuso on line il racconto di un preside di un liceo americano che all’inizio dell’anno scolastico scriveva ai suoi insegnanti: “Sono un sopravvissuto ai campi di concentramento.

I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti; bambini uccisi con veleno da medici ben formati;” e continua per poi aggiungere: “diffido, quindi, dall’educazione. La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani”.

Davanti a noi, domenica 2 febbraio, c’è la celebrazione della Giornata per la Vita promossa dalla Conferenza episcopale italiana. Di certo avrà minore risonanza sui media, eppure anche in questa occasione “una storia, un nome e un volto” consentono di uscire dall’ideologia per incontrare l’umanità, uscire dai freddi numeri della statistica sull’aborto e sul calo demografico, per incontrare storie, nomi e volti reali.

Alcuni escono dalla riservatezza dei volontari del Movimento per la Vita, e si fanno racconto: quello della ragazza minorenne, incinta, la cui madre pensa sia meglio abortire mentre il padre crede sia meglio accogliere il bambino e con la figlia si presenta al Centro di aiuto alla Vita; o quello della donna immigrata per lavoro, con due figli in patria, che aspetta un figlio dal compagno italiano, e quando lui l’abbandona al nono mese di gravidanza sola e senza lavoro.

Così si presenta al Cav perché non vuole riconoscere il figlio, ma quando il bambino nasce, quando incontra il suo volto, decide di tenerlo e aiutata dal Cav riesce a trovare un lavoro che le consente di tenere con sé il figlio e nel tempo anche a riunire a sé i figli rimasti lontano.

Due, delle tante storie, ciascuna diversa dall’altra, che i volontari del Cav possono raccontare. Storie di vita accolta: quella della madre sempre, anche se non sempre le madri decidono di tenere il figlio. E quando questo accade sono storie di umanità ferita.

“Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano,- scrive Papa Francesco nel messaggio per la Giornata delle Comunicazioni sociali abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita. Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo; che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri”.

Un lettore ci scrive del “passeggero irregolare” morto nel carrello dell’aereo dell’Air France e ci racconta la sua storia, perché ora si sa il suo nome: Laurent aveva 13 anni, e tanti sogni. Raccontare, e ascoltare una storia con un nome e un volto, aiuta a rimanere nella realtà e non cadere nelle generalizzazioni dei pregiudizi e delle ideologie.

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