Tempo di tremore e di grazia

In un testo scritto per “La Voce” il neo-cardinale Bassetti rievoca le sue emozioni nei giorni del Concistoro

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L’abbraccio tra Papa Francesco e Bassetti alla consegna della Berretta cardinalizia
L’abbraccio tra Papa Francesco e Bassetti alla consegna della Berretta cardinalizia

È ben difficile sintetizzare il subisso di emozioni che ho raccolto nel cuore nei giorni del Concistoro. Un misto di sentimenti contrastanti, che vanno dal tremore alla gioia intensa hanno invaso il mio intimo, consegnando, alla fine, al coacervo di ricordi che porto con me fin da bambino, quattro giornate intensissime, che resteranno presenti alla mia mente per tutta la vita. Sono arrivato in Vaticano mercoledì sera, sul tardi, e ho preso alloggio a Casa Santa Marta; e subito, l’iniziale sensazione di smarrimento si è trasformata in imbarazzo, trovandomi a prendere il pasto serale a pochi metri dal Santo Padre, che con la massima serenità e disinvoltura vive ormai da un anno insieme agli altri ospiti nella Casa, accontentandosi della semplicità del luogo e convivendo senza problemi con gli ospiti tradizionali o di passaggio. L’aula del Sinodo, dove si sono svolte le riunioni dei Padri cardinali, non mi era nuova, essendoci stato molte volte per le riunioni dell’Assemblea della Cei. Lo scenario era un po’ diverso: uomini di ogni razza, lingua e provenienza riempivano quel familiare emiciclo, rappresentando la Chiesa cattolica nella sua intera universalità. Venerdì mattina ho avuto la possibilità di concelebrare con Papa Francesco, accompagnando il card. Silvano Piovanelli, mio arcivescovo a Firenze per tanti anni, che proprio quel giorno festeggiava il suo compleanno. È stato un tempo di intensa preghiera e di autentica grazia. Più tardi, alla ripresa dei lavori nell’aula sinodale, ho potuto prendere la parola anch’io, nella speranza di contribuire, con la mia esperienza ventennale di vescovo, a portare un qualche aiuto alla riflessione sui problemi pastorali più urgenti che la Chiesa deve affrontare. È arrivato poi il giorno del Concistoro pubblico nella basilica di San Pietro. Sabato mattina di buon ora sono sceso a pregare in cappella; ero sereno, anche se l’emozione cominciava a farsi sentire. Venuta l’ora, mi sono ritrovato seduto, con gli altri confratelli, intorno all’altare della Confessione. Lo splendore degli stucchi mi veniva addosso, mentre cercavo di concentrarmi sull’intensità del rito. Ho ascoltato assorto il canto del Vangelo, l’episodio che narra la pretesa di due discepoli di stare assisi uno alla destra e uno alla sinistra del Signore nella gloria del regno futuro. Gesù, da buon padre e maestro, ha saputo dare una risposta seria e non offensiva alle povere ambizioni umane: il Padre deciderà chi dovrà stare accanto a Lui, non serve raccomandarsi. Il cuore mi si è stretto nel petto e con il pensiero sono andato indietro negli anni, fino all’età della giovinezza, a frugare nei ricordi i motivi fondanti della mia vocazione sacerdotale, trovandone una e una sola: servire il Signore, secondo la Sua volontà, senza mai nulla chiedere, o peggio, pretendere. Imponendomi la berretta, il Papa mi ha abbracciato e fatto coraggio, promettendo e chiedendo il ricordo nella preghiera. Poi sono entrato in un vortice di saluti e abbracci che non sembrava avere mai fine. In San Pietro, poi a San Gregorio VII, dove ho incontrato i fedeli venuti dalla diocesi, e infine nell’aula Nervi è stato tutto un susseguirsi di volti amici. Ho visto migliaia di persone accalcarsi intorno a me con tanto affetto e questo mi ha dato gioia e consolazione. Domenica mattina ho concelebrato con il Santo Padre nella basilica Vaticana, stracolma come il giorno prima. Il Papa ci ha parlato con forza, come gli è solito, invitandoci a evitare le piccolezze umane del primeggiare e del vano vociferare, invitandoci a essere veri discepoli del Cristo e tempio santo dello Spirito di Dio. Nel pomeriggio, salendo lentamente verso Perugia, ho rivissuto gli attimi del mio ingresso da arcivescovo. Il corso e la cattedrale gremiti sono stati luce per i miei occhi e forza per il mio animo. Sull’altare, ho voluto parlare con il cuore al mio popolo, invitando, senza enfasi e con umiltà, alla speranza e alla fiducia nel Signore, che sa fare di noi, poveri uomini, strumenti della sua salvezza per tutto il genere umano. Ringrazio Dio per i giorni e le gioie che mi ha concesso di vivere: siano segni della sua bontà per tutta la nostra Chiesa.

AUTORE: † Gualtiero card. Bassetti