Tino de Buricchio

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DON ANGELO fanucciÈ morto Tino Pierotti. Tino de Buricchio: pochi ricordavano quello che, nella defunta civiltà contadina, era stato il “vero” nome della sua famiglia, con quel rimando alla bure dell’aratro. L’aratro millenario, che profumava di saggezza e di fatica, di solidarietà silenziosa e di volontà di uscire da un’infinita storia di subordinazione.

Tino io l’ho conosciuto, negli anni ’60, quando la benzina costava più o meno quanto l’acqua, e nessuno poteva ipotizzare che un giorno per avere un litro di carburante un infermiere avrebbe dovuto prelevarti un litro di sangue; io cambiavo macchina ogni due/tre anni; ne facevo tanti, di chilometri convinto com’ero che il futuro del mondo dipendesse “tutto sommato” da me. Quattro Fiat di seguito, poi, grazie la potere seduttivo di Fernando Pascolini, approdai alla Citroen un vero signore a fronte dei buzzurri che mi lasciavo alle spalle. Citroen: una Dyane 4 giallo-cachetica, poi una Visa, una BX, due CX (di seconda mano): Gubbio – Milano – Gubbio in un solo giorno,

Alla Citroen conobbi Tino Pierotti, meccanico capo. Ogni volta che ne ebbi bisogno mi rivolsi solo a lui, perché era bravo ma soprattutto perché, lui che lavorava su fili e bulloni, io accovacciato lì vicino, parlavamo di politica. Lui era un comunista rigoroso e capace di andare subito al nocciolo del suo ideale politico, io ero uscito dal Seminario Romano convinto che il comunismo fosse il bau bau della civiltà e che come supremo ideale avesse, se non quello di magiare i bambini appena battezzati, quello di abbeverare i cavalli dei cosacchi nelle fontane di piazza S. Pietro. Ascoltando Tino mi resi conto di quanto avesse colto nel segno don Milani nella prima delle sue Lettere, pubblicate proprio in quel torno di tempo, la Lettera a Pipetta, nella quale al giovane comunista il Priore chiedeva perdono per aver sconfitto, accanto ai suoi torti, anche le sue ragioni.

Da quel momento maturai la mia idea di cosa fosse il comunismo: un grande sogno di giustizia, irrimediabilmente viziato dalla più grossa castroneria che Marx potesse dire: che la coscienza è una sovrastruttura, un nucleo di convinzioni che cercano di diventare certezze, mentre sono frutto solo della collocazione dell’interessato nel processo produttivo.

Fa da péndant il barbuto sarto che rovesciò come un vecchio cappotto l’idealismo del suo maestro Hegel, ai cattolici che non vogliono sentir parlare di relativismo. Dimenticano, sia gli altri che gli altri, un passaggio cruciale: tutti i capitoli della giustizia, finché rimangono scritti su, in alto, nel cielo dell’anima, sono dei princìpi: diventano valori, e cominciano a produrre vita, quando la coscienza li filtra e li fa propri.

Un mondo di coscienze libere e responsabili, Tino, adesso che hai imparato a pregare, chiedigli questo, a quel Dio che finalmente hai conosciuto di persona.

AUTORE: Angelo M. Fanucci