Un nuovo modello di vita monastica

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Il Monastero di Fonte Avellana è stato edificato a 700 m alle pendici del massiccio del Catria (1702 m), il più alto della provincia di Pesaro e Urbino, e fino a circa vent’anni fa faceva parte della diocesi di Gubbio. L’eremo di Santa Croce venne fondato intorno all’anno 1000, forse per opera del beato Lodolfo, nobile e vescovo eugubino che si ritirò in questa zona edificando un oratorio in onore di Sant’Andrea. A Fonte Avellana san Pier Damiani sviluppò un nuovo modello di vita monastica, codificò il dettato di san Romualdo sul monachesimo eremitico. Il servizio reso alla Chiesa da Fonte Avellana lungo i suoi mille anni di storia non si esaurisce nell’opera del Damiani; in questo eremo si formarono circa cinquanta vescovi e un folto stuolo di monaci noti per santità e dottrina. E anche Dante Alighieri sentì il fascino dell’eremo del Damiani, forse ne fu ospite, lo cantò nella Divina Commedia (Paradiso, canto XXI). La chiesa odierna fu costruita nel 1171 sopra un edificio più antico, di cui restano tracce nella cripta. Di stile romanico, con accenti gotici, fu rimaneggiata in età barocca e nel 1950. La sala del Capitolo appartiene invece ad epoche successive. Nel 1931 venne aperto a Fonte Avellana un piccolo seminario, che a tutt’oggi è rimasto sede di noviziato. Vale la pena, visitando il monastero, accedere alle sale più antiche, a piano terra, costruite tra la fine del X e la fine del XII secolo. Il primo ambiente che si incontra è lo Scriptorium (sec. XI), voluto da san Pier Damiani e oggi a lui dedicato. È il luogo dove i monaci lavoravano come amanuensi, trascrivendo su carta pergamena antichi testi classici greci e latini realizzando i preziosi codici miniati, alcuni dei quali sono conservati nella Biblioteca Vaticana. Delle due serie di finestre che presenta, quelle originarie sono solo le monofore delle arcate superiori. Sulla parete di fronte all’entrata c’è un dipinto su tavola raffigurante sant’Albertino, priore avellanita morto nel 1294, attribuito ad Antonio Alberti da Ferrara e databile attorno al 1427. I monaci di Fonte Avellana accettano chiunque voglia essere ospitato. È richiesta una predisposizione al silenzio, alla meditazione e alla riflessione personale. Agli ospiti si propongono incontri di Lectio Divina, giornate di ritiro individuale o di revisione di vita, e possibilità di confronto sui problemi del mondo e della Chiesa. Le giornate sono ritmate dalla preghiera corale della comunità (Ora dell’ascolto, Lodi, Eucaristia e Vespri). L’ospitalità dei singoli o dei gruppi (anche autogestiti) è praticata durante tutto l’anno.

AUTORE: Cristiano Proia