Uomini di dialogo, non di proselitismo

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In pochi giorni Papa Francesco è andato e tornato da Bruxelles, poi da Ankara e Istanbul, e non si è messo a riposo: ha già fatto atti significativi di dimensione mondiale, come la firma di un protocollo tra capi religiosi per combattere la schiavitù. “La schiavitù – ha detto – continua a essere un flagello in tutto il mondo”, di qui l’impegno per estirpare questo flagello in tutte le sue forme. La frenetica attività del Papa ci mette spesso in difficoltà a prenderne coscienza e a seguirla in tutta la sua portata storica. Alcuni organi di informazione pare che non se ne accorgano, e danno maggiore rilievo a fatti di cronaca spicciola mentre penso che questo grande e coraggioso testimone dell’amore a Dio e all’umanità, amante della pace e della fraternità, non lo si debba lasciare solo. Mi domando, ad esempio, quanti si impegnino a sviluppare il dialogo interconfessionale e interreligioso sapendo quello che fanno. Il senso di questa domanda proviene dall’impressione che molti non sappiano neppure dove stia di casa l’ecumenismo e il suo secolare movimento, con tutti i problemi che comporta; altri fanno dialogo senza conoscere l’interlocutore e il suo pensiero, come quando si mettono sullo stesso piano Torà, Vangelo, Corano, fede e pace biblica, fede e pace islamica, e così via. Il Papa ha detto di camminare insieme, ma anche di guardarsi negli occhi per scoprire ciò che pensa il fratello.

Una cosa che vorrei mettere a fuoco è la novità del linguaggio e dei gesti di Papa Francesco, pur nella continuità e fedeltà a quanto la Chiesa cattolica, che egli “presiede nella carità,” ha detto e fatto dal secolo XX per la pace, e dagli anni ’50 sul piano dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso. Su questi temi la Chiesa cattolica ha celebrato un Concilio ecumenico (1962-1965), ha emanato documenti e richiami, ha proclamato la irreversibilità della scelta ecumenica e di dialogo, e ha avuto per protagonisti mondiali i Pontefici, i Vescovi di Roma che hanno fatto propria l’indicazione conciliare.

Non sarà male ricordare che su questa strada si sono consumate le vite di alcuni pionieri cattolici che hanno sacrificato la vita sul terreno del dialogo. Ricordando la Turchia, non mi pare giusto che non si faccia memoria di uno di loro che si chiamava don Andrea Santoro, ucciso da un sicario il 5 febbraio 2006 a Trebson (Trebisonda) mentre pregava in chiesa. Il Papa non poteva ricordarlo pubblicamente, non sarebbe stato politicamente corretto, e non poteva neppure nominare il vicario apostolico mons. Luigi Padovese, anche lui assassinato, il 3 giugno 2010 a Iskenderun. Uomini di dialogo, e non di proselitismo o di polemica. La sorella e l’associazione che tiene alto il ricordo di don Santoro hanno reso pubblica una preghiera (leggibile in turco, italiano e inglese) che mi pare rispecchi l’anima limpida e sincera di questo testimone di Cristo in terra straniera: “Tienici uniti nella nostra diversità: non così uniti da spegnere la diversità, non così diversi da soffocare l’unità. Compi in noi il miracolo della tua unità, Tu uno nella sostanza, eppure trino nella relazione personale. Donaci la tua fecondità di Padre, la tua donazione di Figlio, la tua effusione di Spirito”.

La fecondità dell’azione ufficiale della Chiesa portata avanti da Papa Francesco trova la sua profonda radice vitale nella fede e nel sacrificio di uomini come don Santoro, mons. Padovese e i tanti altri testimoni ignoti, disseminati nel mondo e conosciuti solo da Dio.

AUTORE: Elio Bromuri