Vita, il diritto negato

ABORTO. Il ministro della Salute commenta positivamente i dati sulla 'diminuzione' del fenomeno, attribuendone i meriti alla legge 194. Critici i movimenti cattolici in difesa della vita

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Il ministro della Salute Livia Turco ha trasmesso al Parlamento, martedì 22, la Relazione annuale sull’attuazione della legge 194/1978, contenente le ‘Norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria della gravidanza’. Il documento mostra i dati preliminari per l’anno 2007 e i dati definitivi per l’anno 2006, i quali sono stati presentati dal Ministro con un notevole ‘ottimismo’: calano le interruzioni di gravidanza, e sarebbe merito appunto della legge 194, che quindi non abbisognerebbe di ‘revisioni’. Tuttavia, gli organismi cattolici che si battono in difesa della vita si sono dimostrati non solo scettici, ma polemici. Vediamo in dettaglio il perché. L’associazione Scienza & Vita afferma: ‘Come cittadini italiani, non riusciamo ad essere soddisfatti della riduzione degli aborti a ‘soli’ 127 mila. Forse a qualcuno sfugge che si tratta di 127 mila esseri umani a cui è stata negata la possibilità di nascere. Senza dire – aggiunge l’associazione – che dietro quelle migliaia di aborti (il 2,9% del totale) che si realizzano dopo i 90 giorni, con ogni probabilità si annida una scelta eugenetica, causata da malattia o malformazione del feto. Pensate al solo fatto che non nascono più bambini con la sindrome di Down. In secondo luogo – prosegue Scienza & Vita – anche in questa relazione prevale il giudizio, più volte espresso in passato, secondo il quale ‘gli aborti sono diminuiti, dunque la legge funziona’. Un giudizio a dir poco sommario se non cinico, considerata la natura stessa di una legge che oggettivamente sopprime la vita umana. Del resto – prosegue l’Associazione – c’è una ferrea coerenza nel ragionamento del ministro Turco, laddove afferma che l’unico valore etico da difendere è la salute della donna. Al ministro chiediamo: ma l’embrione non merita tutela?’. E infine: ‘È interessante il dato sull’obiezione di coscienza, e come questa sia cresciuta tanto al Sud quanto in alcune aree del Nord. Ora, questa scelta viene fatta sempre più spesso non solo dai ginecologi, ma anche da parte degli anestesisti e del personale non medico. A noi appare evidente che, per tutti questi soggetti, la misura ormai sia colma e che sia sempre più difficile e problematico chiedere o pretendere prestazioni professionali che violino il principio della difesa della vita. Forse sta maturando la convinzione che il no alla vita, mediante l’aborto, faccia davvero male al Paese’. Il Movimento per la vita si allinea con tale valutazione critica delle espressioni usate dal Ministro. ‘La relazione ministeriale non si discosta dall’impostazione ideologica di quelle precedenti’ commenta Carlo Casini, presidente di Mpv. ‘Suo obbiettivo essenziale è quello di sostenere che ‘la legge non si tocca’ perché sarebbe ‘saggia e lungimirante’. Per questo sono censurate accuratamente le parole diritto alla vita e fin dal concepimento, che invece dovrebbero indicare il criterio di giudizio su quanto sta accadendo nel nostro Paese’. Quanto alla contraccezione, il Ministro ‘sembra voler ignorare che in Paesi come la Francia e l’Inghilterra, dove è più diffusa che da noi, gli aborti sono in continua crescita, segno evidente che in Italia la diminuzione, se è reale, non è legata certo alla diffusione dei metodi contraccettivi. Essa, sempre ammesso che non sia frutto di artifici contabili, è dovuta esclusivamente a una crescente sensibilità verso il valore della vita, cui non è estranea l’azione della Chiesa e dello stesso Movimento per la vita’. Infine la Turco insiste sulla ‘indimostrabile diminuzione dell’abortività clandestina, dimenticando fatti anche recenti, come quello di Genova, che sembrerebbero andare esattamente nel verso opposto. E soprattutto ignorando la distribuzione annuale di oltre 150 mila confezioni della ‘pillola del giorno dopo”. Umbria: peggio della media nazionaleDalla Relazione presentata dal ministero per la Salute estrapoliamo i dati relativi all’Umbria, che non restituiscono un’immagine particolarmente positiva della nostra regione. I dati completi, relativi al 2006, riportano 2.178 interruzioni volontarie della gravidanza (Ivg) a fronte di 7.840 bambini nati vivi; vale a dire, semplificando, che ogni 5 embrioni ne viene abortito uno (per la precisione: 277 contro 1.000). Su questo dato, l’Umbria si pone al di sopra della media nazionale (che è di 235 contro 1.000); la diminuzione rispetto alle Ivg del 2005, invece, è pari alla percentuale nazionale: 2,6%.Entrando in dati più specifici, si nota che non esiste praticamente differenza tra il numero delle interruzioni di gravidanza effettuate da donne sposate (46,9%) e donne nubili (45,6%), segno che la stabilità di un rapporto di coppia non viene considerata un motivo in più per accogliere la vita nascente. Le percentuali residuali riguardano donne separate o divorziate (6,9%), vedove e casi non rilevati. Un altro elemento su cui riflettere è costituito dal livello di istruzione delle ragazze o donne che fanno richiesta dell’Ivg. Nella metà dei casi (50,6%) si tratta di persone con un titolo di licenza superiore; seguono le donne che hanno solo completato le scuole medie (37,6%). Le laureate, o in possesso di titolo equivalente, rappresentano il 7,9%.Passando alla condizione sociale, ben il 50,5% degli aborti in Umbria è stato effettuato da donne che possedevano un lavoro, contro un 36% di donne disoccupate o in cerca di impiego. Altro dato, questo, che – purtroppo – fa riflettere: avere una famiglia stabile o un lavoro non procura un maggiore amore alla vita nascente. Anzi, probabilmente in molti casi proprio questi sono stati elementi che hanno fatto decidere per l’Ivg. Tanto più che una donna su 4 aveva già abortito in precedenza. Anche qui, l’Umbria si situa al di sopra della media nazionale, dove le donne occupate che abortiscono sono il 46,6%. Quanto alla provenienza, il 39,5% sono straniere, ma non ‘di passaggio’: il 95,3% infatti è costituito da donne residenti nella stessa Provincia in cui è stato effettuato l’intervento. Infine, per ridurre il fenomeno dell’aborto non sarà sufficiente chiedere un’attività più propositiva ai Consultori. Risulta infatti che essi, in Umbria, abbiano autorizzato l’Ivg nel 42,5% dei casi; negli altri casi a dare parere favorevole è stato il medico di fiducia (38,2%) o le strutture sanitarie (quasi 20%).

AUTORE: (d.r.)