Il voto umbro è nazionale

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di Pier Giorgio Lignani

Ma è vero o no che l’esito delle elezioni in Umbria è anche un segnale importante per il futuro della politica nazionale?

Sì, lo è. Innanzi tutto, ha confermato (ammesso che ce ne fosse bisogno) che l’elettorato dei cinquestelle non gradisce l’apparentamento con il Partito democratico – salvo che per l’alleanza di governo, digerita però solo perché l’alternativa sarebbero le elezioni politiche anticipate.

O, andando più a fondo, ha mostrato che il Movimento 5 stelle è in crisi di identità fin dal momento in cui da partito anti-sistema è diventato partito di governo con la nascita del primo esecutivo Conte (primavera 2018). Finché sei antisistema, non hai problemi ad appoggiare simultaneamente quelli che vogliono la botte piena (meno tasse) e quelli che vogliono la moglie ubriaca (più gente in pensione e più a lungo).

Quando però sei al governo, ti accorgi che non puoi dare le due cose insieme, e magari nessuna delle due. Appena si rende conto di questo, chi li aveva votati una volta se va, perché il M5s non ha storia e non ha radici. Storia e radici, invece, ha – o avrebbe – il Pd. E questo spiega perché il 27 ottobre, nonostante tutto, abbia preso ancora un po’ di voti. Ma nessuno si deve illudere.

Anche il Pd è in crisi di identità, ed è una crisi ancora più profonda di quella dei grillini; risale molto indietro. Anche questo dimostra che il voto umbro è un segnale a livello nazionale. Proviamo a spiegarlo in breve.

C’era una volta il Pci, che aveva un’organizzazione granitica, un radicamento popolare, un’ideologia (quella marxista) e collegamenti internazionali (il mondo sovietico). Tutto questo faceva la sua forza, anche se, nello stesso tempo, forniva ottime giustificazioni a chi lo voleva mantenere lontano dal governo votando per i suoi avversari a costo di doversi “turare il naso”, come diceva Montanelli.

Intanto però il vecchio Pci, per una scelta precisa di Togliatti, svolgeva sottobanco in Italia un ruolo che altrove svolgevano i partiti laburisti, cristiano-sociali e socialdemocratici: ossia il ruolo di una sinistra progressista e socialmente avanzata, ma democratica e non rivoluzionaria.

Ai militanti lasciava credere che questa fosse una commedia, in attesa della rivoluzione che un bel giorno sarebbe comunque arrivata. Di fatto, però, questo progressismo non rivoluzionario si combinava silenziosamente con quello analogo della parte più progressista della Dc, e così pian piano l’Italia realizzava lo “Stato sociale” che abbiamo tuttora.

È poi accaduto che tutto il bagaglio ideologico del vecchio Pci è scomparso drammaticamente quando nei Paesi del “socialismo reale” i regimi comunisti sono crollati da un giorno all’altro, e con loro le speranze – sempre più mitologiche – nella futura rivoluzione. Il nome stesso di “partito comunista” era ormai solo un peso morto. Così il Pci si è riciclato in un partito nuovo, conservando però la fedeltà dei vecchi militanti e le strutture organizzative; e quindi una certa forza elettorale, finché durava.

Anzi, poi questo nuovo partito è sembrato diventare ancora più forte fondendosi con una quota non trascurabile di quella che era stata l’ala progressista della vecchia Dc, scomparsa anch’essa.

Restava al Pd quel ruolo di partito progressista e democratico che di fatto avevano già svolto i partiti suoi progenitori. Tutto bene, quindi? No. Perché in Italia lo “Stato sociale”, lo Stato del welfare era stato effettivamente costruito mantenendo l’economia di mercato nei suoi aspetti migliori e neutralizzandone gli effetti perversi.

Non dimentichiamo che oggi in Italia una buona metà della spesa pubblica è rappresentata dalle pensioni e dalla sanità, senza contare gli altri servizi: una colossale ridistribuzione di risorse fra le classi sociali. I partiti della sinistra progressista, in Italia come nel resto dell’Europa occidentale, hanno raggiunto – bene o male – il loro obiettivo, e a questo risultato nessuno vuole rinunciare (neppure le destre).

Ma se questo è vero, questi partiti progressisti hanno esaurito la loro funzione storica. Sul terreno rimangono ancora tantissimi problemi, nessuno può negarlo, ma le vecchie ricette non servono più. Vedi la crisi dei socialisti francesi, tedeschi e spagnoli, e dei laburisti inglesi.

Il declino del Pd in Umbria non dipende dunque (solo) da Catiuscia Marini e soci; e non è un fatto solo umbro, e neppure solo italiano. Bisogna ripensare un’intera politica; e va ripensata collegialmente a livello europeo, anzi mondiale. Nel frattempo, buona fortuna a Donatella Tesei e a Giuseppe Conte. E a tutti noi.

 

1 COMMENT

  1. I partiti cosiddetti “progressisti” NON hanno raggiunto il loro obiettivo: manca la Fraternità: tutti gli ultimi, gli emarginati, gli abitanti delle periferie materiali e morali non li prendiamo in considerazione? questa è la missione ancora da portare a termine. Non la porteranno a termine i cattolici che ripudiano il Magistero chiaro e severo dell’attuale Pontefice e votano Lega e Fratelli d’italia, temono ì migranti, osteggiano Liliana Segre. Analogo comportamento elettorale è messo in atto da operai, impiegati, pensionati che hanno perso metà del valore del loro reddito negli ultimi vent’anni: obnubilati dalla prospettiva di cadere in situazioni di vera e propria indigenza sono facile preda di imbonitori e masanielli sovranisti e apertamente razzisti.
    Tra i Partiti esistenti , quali sono in grado di scrivere leggi senza strafalcioni giuridici o immonde prepotenze, per realizzare politiche realmente e immediatamente attivabili per il FRATERNO rispetto do ogni persona, e dei diritti UMANI alla vita dignitosa (la casa, il lavoro adeguatamente retribuito, la famiglia), alla
    salute, all’istruzione, alla serenità come bene comune?

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