La solennità di Tutti i santi tocca la nostra umanità

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Verso la metà del I secolo in Oriente, un po’ più tardi in Occidente, si cominciò a celebrare presso la tomba l’anniversario di coloro che avevano reso testimonianza a Cristo offrendo la propria vita. Rispetto al culto dei morti, presente in tutte le culture, si possono sottolineare due elementi nuovi: non si tratta di un omaggio familiare, ma coinvolge tutta la comunità dei credenti; e invece di commemorare il giorno della nascita terrestre si celebra il loro “natale” (dies natalis), la loro nascita al cielo. All’indomani delle persecuzioni, il ricordo di coloro che avevano testimoniato fino alla morte fu oggetto di grande venerazione: si costruirono basiliche sulle tombe dei martiri più celebri e, nell’anniversario del loro martirio, il popolo era convocato presso la loro tomba per ascoltare il racconto della loro passione e celebrare l’eucaristia.
(tratto da http://www.elledici.org)

Papa Francesco afferma “una realtà che la nostra civiltà moderna tende sempre più a cancellare. Così, quando la morte arriva, per chi ci sta vicino o per noi stessi, ci troviamo impreparati”.
Una volta all’anno sembriamo battere la testa contro un muro che ci impedisce di legare due feste che toccano la nostra umanità: Tutti i santi e tutti i morti. Pedagogicamente distinte ma che ci toccano con un solo colpo di mano.
Chi sono i santi se non i morti? E chi sono i morti se non i santi?
Tutti ormai presenti dinanzi al mistero del Volto di Dio, della vita della Trinità.
L’ortica impedisce di scoprire quell’alfabeto che costruisce il linguaggio della fede.
Morte significa separazione, lacerazione, ma Gesù ci insegna come accoglierla. Pure lui si separò dall’amico Lazzaro e pianse. Eppure, era certo che Lazzaro sarebbe diventato un santo illuminato dalla luce che irradia il Dio uno e trino.
Come uscire, posto che l’ortica ci consenta un varco, da questa sordità?
È innegabile che la morte, continua Francesco, “è presente nella creazione, essa è però uno sfregio che deturpa il disegno di amore di Dio, e il Salvatore vuole guarircene”.
Dobbiamo però affrontare lo sfregio per poter transitare e giungere alla nostra trasfigurazione di santi.

Quale la strada?
“A Marta che piange per la scomparsa del fratello Lazzaro – dice il Papa – Gesù oppone la luce di un dogma: ‘Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?’ (Gv 11,25-26). È quello che Gesù ripete ad ognuno di noi, ogni volta che la morte viene a strappare il tessuto della vita e degli affetti. Tutta la nostra esistenza si gioca qui, tra il versante della fede e il precipizio della paura. ‘Io non sono la morte, io sono la risurrezione e la vita, credi tu questo?, credi tu questo?’”.
Chi crede in questa vita da Risorto ha dentro di sé il passaggio, ignoto eppure luminoso.
La Chiesa perché festeggia prima i santi e poi si rivolge ai morti? Perché quella Luce ormai raggiunta diventi in noi viva speranza e ci sappia condurre.
Francesco non indora la pillola, ma sa renderla autentico farmaco: “Siamo tutti piccoli e indifesi davanti al mistero della morte. Però, che grazia se in quel momento custodiamo nel cuore la fiammella della fede! Gesù ci prenderà per mano, come prese per mano la figlia di Giairo, e ripeterà ancora una volta: ‘Talità kum’, ‘Fanciulla, alzati!’ (Mc 5,41). Lo dirà a noi, a ciascuno di noi: ‘Rialzati, risorgi!’”.
Morti lo saremo tutti, prima o poi ma è la consapevolezza che ci qualificherà: la fede, ascolto di una parola che ci viene incontro e che sa scavare nelle ortiche rendendo il nostro udito libero.
Ad ognuno di noi sarà rivolto l’invito ricordato dal Papa: “Quando Gesù ci prenderà per mano e ci dirà, ’vieni con me, alzati’, lì finirà la speranza e sarà la realtà della vita. Gesù prenderà ognuno di noi con la sua tenerezza, la sua mitezza, con tutto il suo cuore. Questa è la nostra speranza davanti alla morte”.
Tutti i nostri morti hanno udito questa parola, in una modalità a noi sconosciuta e impercettibile, per tutti loro la nostra preghiera diventa comunione, trapasso di certezza, condivisione piena perché si abbandonino e varchino la soglia: “Per chi crede – dice Francesco -, è una porta che si spalanca completamente; per chi dubita è uno spiraglio di luce che filtra da un uscio che non si è chiuso proprio del tutto. Ma per tutti noi sarà una grazia, quando questa luce ci illuminerà”.
Luce di Tutti i santi.

 

AUTORE: Cristiana Dobner

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