Una nuova residenza della Comunità Capodarco a Perugia

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Stare dalla parte di chi non ha diritti, con l’impegno concreto di “accogliere, condividere e progettare il futuro” perché anche “i non tutelati e i non garantiti si formino una coscienza dei loro diritti e doveri per diventare i soggetti della propria liberazione e riscatto”. Dal 1966 la Comunità di Capodarco ha compiuto questa scelta. Erano 13 i disabili accolti dal fondatore, don Franco Monterubbianesi, in una villa abbandonata nel paesino marchigiano dal quale ha preso il nome.

Oggi, attraverso varie comunità locali, opera in diverse regioni italiane, dalla Sicilia al Veneto, e anche in Paesi come Albania, Camerun, Ecuador e Kosovo. Una di queste è la Comunità di Capodarco di Perugia onlus. È stata costituita ufficialmente nel 2000, in seguito alla divisione territoriale della Comunità di Capodarco dell’Umbria, ma operava nel capoluogo sin dal 1979, gestendo strutture di accoglienza per persone con disabilità fisica e psichica e per persone svantaggiate. Attualmente sono cinque (tre centri diurni e due strutture residenziali) e assistono complessivamente 57 persone.

Sabato 15 settembre diventeranno però sei con l’apertura della nuova residenza “Casamia” a Prepo, con otto posti letto. Nel pomeriggio, alle 16, è in programma la cerimonia di inaugurazione. Ospiterà persone con disabilità grave che non hanno familiari e parenti in grado di assisterle. È stata realizzata in un edificio dell’Opera pia Marzolini, dove già c’è un centro diurno della comunità, con lavori di ristrutturazione costati circa mezzo milione di euro.

Uno sforzo economico reso possibile – spiega Francesca Bondi, presidente della onlus perugina e vice presidente nazionale della Conunità Capodarco – dal contributo determinante della Fondazione Cassa di risparmio di Perugia, ma anche dalla generosità di tanti amici. Tra questi l’associazione “Ottavo giorno”, della quale fanno parte genitori e tutori degli ospiti della comunità e altre persone che hanno scelto di impegnarsi sui problemi della emarginazione e della disabilità.

“Il rapporto con la famiglia e con la società è fondamentale – sottolinea Bondi – per sperimentare nuovi modelli relazionali e ricevere sollecitazioni verso ulteriori forme di autonomia. Nei valori della Comunità la persona è infatti al centro del suo progetto educativo, riabilitativo e terapeutico e l’assistenza viene erogata in base a programmi personalizzati”.

Gli ospiti sono impegnati anche nello svolgimento dei lavori domestici. “Sono molto importanti – continua la presidente – anche le attività di inserimento lavorativo, in collaborazione con i Servizi del territorio, per ospiti con una discreta autonomia”. Grazie anche allo strumento delle “borse lavoro per disabili”, alcuni di loro hanno trovato occupazione stabile. Francesca Bondi cita il caso di un assistito che ora lavora per McDonald. È in fase sperimentale il progetto “Coloriamo la vita” in collaborazione con l’azienda “Idea mode” di Cannara. Saranno gli ospiti della comunità a disegnare e decorare capi di abbigliamento e accessori dell’azienda.

Di questo sforzo di apertura alla società fanno parte altre esperienze, come l’accoglienza nelle proprie strutture dei giovani “messi in prova” dal Tribunale per i minori. Strutture frequentate e animate anche da tanti altri giovani impegnati nel servizio civile e in tirocini formativi. Poi ci sono i volontari, che si mettono a disposizione per tante attività, come quelle di accompagnare i disabili a uno spettacolo o altri eventi pubblici. Anche se – sottolinea con un po’ di amarezza la presidente – “negli ultimi anni i volontari sono sempre di meno, forse perché la gente prima di tutto ha bisogno di trovare un lavoro pagato”.

C’è poi il problema dei tagli alle spese per la sanità. “Non si può fare ricadere sui più deboli il peso della fragilità economica che stiamo vivendo: non è giusto, è inammissibile” afferma categorica Bondi nel commentare i tagli alle spese per la sanità pubblica. “Tagli – afferma – che hanno influenzato anche i servizi che l’Umbria aveva sempre offerto in questo settore. Le rette pro-capite pagate dal settore pubblico per l’assistenza fornita nelle nostre strutture sono insufficienti. Rette che – ha spiegato parlandone con La Voce – non sono differenziate in base ai servizi di assistenza e riabilitazione necessari per i singoli assistiti. La Presidente regionale e l’assessore alla Sanità – ha concluso – ci hanno assicurato il loro impegno. Siamo in attesa”.

Enzo Ferrini

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