“Aiuteremo i profughi con tutte le nostre forze”

Torna dalla Georgia la delegazione Caritas dell'Umbria guidata da mons. Fontana

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Sono stati in Georgia quattro giorni, dal 16 al 20 novembre. L’arcivescovo di Spoleto-Norcia, mons. Riccardo Fontana, delegato Ceu per la carità, era accompagnato a Tbilisi dal delegato Caritas Umbria, Marcello Rinaldi, dal direttore della Caritas di Perugia-Città della Pieve, don Lucio Gatti, dalla coordinatrice dei progetti di cooperazione internazionale della Caritas di Città di Castello, Arabella Pasqui e dall’ingegner Stefano Salvati. ‘Il popolo georgiano – dice mons. Fontana – ha avuto una fede cristiana così forte da resistere al comunismo più violento. Vogliamo aiutarlo, con tutte le nostre forze. Abbiamo ribadito la nostra solidarietà all’Arcivescovo ortodosso di Gori ed è ciò che il nunzio apostolico Claudio Gugerotti, rappresentante della Santa Sede in quella terra, ci invita a fare. Noi cattolici collaboriamo con i nostri fratelli ortodossi per alleviare le sofferenze di genti allo stremo. Per questo le otto diocesi dell’Umbria stanno già riorganizzando un’altra grande raccolta di alimenti e materiali vari, da spedire al più presto’. In Georgia, tra vecchi profughi (quella della guerra ’91-92) e nuovi sopravvivono quasi 50 mila persone in condizioni difficili o di emergenza. Si calcola che quelli dell’ultimo conflitto siano circa 37 mila. La Caritas georgiana dà vestiti, cibo, medicine e assistenza psicosociale in sei campi, quattro nei dintorni di Tbilisi (capitale da un milione e 200 mila abitanti circa) e due a Kutaisi, la seconda città georgiana, di 180 mila abitanti. ‘Il centro collettivo a Tbilisi è un vecchio ospedale dismesso dove, già ai tempi dell’Urss – racconta il delegato regionale Caritas, Marcello Rinaldi -, le corsie per i sovietici e quelli per i georgiani erano differenti. Dentro ci sono profughi dall’Ossezia del Sud e dall’Abkazia’. Li hanno spinti i carri armati russi che si sono fermati a Gori, a pochi chilometri dalla capitale, città non toccata dalla guerra. ‘Nel centro – continua Rinaldi – non c’è mensa interna, l’acqua è esterna, si vive alla meno peggio. Altra opera della Caritas Georgia è una casa per ragazzi di strada. È a Tbilisi, aiuta quasi 500 giovanissimi che apprendono i mestieri: parrucchieri, meccanici, intagliatori di legno, artigiani del bronzo e del rame, tessitori di tappeti, creatori di icone, ceramisti. La Caritas Georgia ha anche tre panifici: uno a Tbilisi e due fuori città. Danno lavoro a 47 persone. I volontari Caritas – conclude Rinaldi – gestiscono inoltre una mensa per i poveri, la distribuzione degli aiuti nei campi profughi e nei centri anziani e un’azienda che produce il formaggio’. La delegazione della Caritas umbra ha incontrato il ministro dei profughi, Koba Subeliani, che ha mostrato le casette di circa 50 metri quadrati fornite dall’Europa ai profughi. Si tratta di strutture essenziali, con muri di 15 centimetri di spessore e con il tetto in lamiera. In questi nuovi villaggi lo sforzo di urbanizzazione è crescente, ma l’arrivo forzato di molti sfollati in piccoli paesini da poche centinaia di abitanti crea scompiglio sociale. E significa che le casette in muratura significa lì per sempre. Paolo GiovannelliILCONFLITTORUSSIAGEORGIAQuello del leader georgiano Saakasvili passerà alla storia come ‘suicidio politico’. Non stuzzicare il cane che dorme, dice il proverbio. Lui, il 7 agosto scorso, ‘per ristabilire l’ordine costituzionale’ ha risvegliato a suon di cannonate (l’attacco contro l’Ossezia del Sud, a Tskhinvali, fu portato da Tbilisi con tre brigate dell’esercito, 27 batterie lanciarazzi e artiglieria da 152 millimetri: circa 2.000 morti civili secondo Mosca) nientemeno che il poderoso orso russo. Il quale, per la verità, gli occhi sull’Abkhazia e sull’Ossezia del Sud li teneva da sempre, per guadagnare strategiche ‘teste di ponte’ lungo la strada che da Tbilisi porta al mar Nero e nei pressi del porto di Poti. Anche gli Stati Uniti e l’Europa hanno perso, nel momento in cui Saakasvili ha imprudentemente riattivato un conflitto ‘congelato’ dai tempi della guerra fredda. Anni di influenza Usa nel Caucaso si sono così dissolti, in questa regione con le uniche condotte di idrocarburi che – dal mar Caspio verso l’Occidente – non passano per la Russia. Il primo ‘scongelamento’ del conflitto, in Ossezia del Sud, avvenne tra il gennaio 1991 e il giugno 1992, coinvolgendo l’esercito georgiano contro i secessionisti sud-osseti e volontari nord-osseti, supportati logisticamente dai russi. Il Governo di Tbilisi e i separatisti dell’Ossezia del Sud raggiunsero un accordo per evitare l’uso della forza tra di loro: la Georgia scelse di non applicare sanzioni contro la regione: fu istituita una forza di peace keeping composta da georgiani, osseti e russi. Nell’agosto scorso, con alle spalle il precedente del Kosovo (quando Washington e Bruxelles si dichiararono in favore della sua indipendenza da Belgrado), l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia trovarono immediato aiuto nei russi: Mosca rispose all’attacco georgiano del 7 agosto 2008 con bombardamenti aerei su Gori, Vaziani, Kareli e Marneuli. La Russia ha poi riconosciuto l’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia il 26 agosto, firmando accordi militari con le due nuove repubbliche

AUTORE: Pa. Gio.