L’amore per Gesù

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“Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre”, dice Gesù ai discepoli poco prima di essere arrestato, torturato ed ucciso.

Vangelo

Il brano del Vangelo secondo Giovanni nella domenica della Solennità della Pentecoste è infatti tratto dall’ultimo discorso che Gesù rivolge ai discepoli in privato nel contesto della Cena pasquale. Il passaggio che ci riguarda è ancora una volta il tema dell’amore. Gesù fa infatti presente che nella misura in cui lo amano, automaticamente osservano i suoi comandamenti. Vale a dire non c’è sforzo etico nell’applicare i suoi insegnamenti, ma la spontaneità di chi ama davvero e fa di conseguenza ciò che piace al suo amato.

Il binomio amore–osservanza (dei comandamenti) è del resto già riscontrabile nell’Antico Testamento (Es 20,6; Dt 5,10), ma in questa precisa occasione Gesù ha appena indicato (capitolo precedente) i parametri concreti dell’amore che sono quelli che scaturiscono nell’umile e reciproco servizio (lavanda dei piedi). L’amore per Gesù si traduce quindi nell’attenzione verso gli altri con cui si condivide la quotidianità.

Solo dopo aver elargito questo insegnamento sull’amore, promette il dono del Paraclito (‘chiamato accanto’) e in questa promessa indica due verità, la prima delle quali non è mai abbastanza ricordata: l’attività orante di Gesù continua anche dopo la sua vicenda terrena (“io pregherò il Padre”).

A Gesù sta a cuore ribadire che i discepoli non sono lasciati soli né da parte del Cielo né in terra dove lo Spirito ‘è’ (letteralmente gr.eimì ) con loro. Ma c’è anche un’altra finalità per cui viene donato il Paraclito che è quella di insegnare e ricordare tutto ciò che Gesù ha detto nel corso della sua missione terrena: è quanto sperimentano subito gli Apostoli nel giorno di Pentecoste.

LA PAROLA della Domenica

PRIMA LETTURA
Atti degli apostoli 2,1-11

SALMO RESPONSORIALE
Salmo 103

SECONDA LETTURA
Dalla Lettera ai Romani 8,8-17

VANGELO
Dal Vangelo di Giovanni 14,15-16.23b-26

Prima lettura

La pagina degli Atti degli Apostoli ci descrive con precisione la scena della Pentecoste: avviene “al piano superiore”, “sono le nove del mattino”, sono presenti gli Undici apostoli “insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui”, stanno pregando con perseveranza e concordia (1,13-14; 2,15) e il giorno di Pentecoste sta compiendosi (nel senso che i giorni della festività erano considerati come uno solo).

Ebbene, in questo giorno particolare, inizialmente celebrato come festa della mietitura (o delle Settimane, Es 34,22), poi trasformatosi nel giorno della rinnovazione dell’Alleanza che cadevacinquanta giorni dopo la Pasqua, si è realizzata la promessa di Gesù: la discesa dello Spirito santo su quanti erano presenti lì “al piano superiore” (identificato con il Cenacolo).

Poiché in altre due occasioni abbiamo avuto modo di sostare su questo testo, evidenziamo questa volta il parallelo tra il Vangelo e questa pagina: quanti sono nel Cenacolo sono “concordi”, vivono quindi il comandamento dell’amore che Gesù ha suggerito loro, sperimentano la presenza (“esserci”) del Paraclito e sono ricolmati dello Spirito di Sapienza (“insegnerà e ricorderà”) che permetterà a Pietro (“con gli Undici”) di parlare di Cristo risorto e in conseguenza di ciò “coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone” (2,41).

Il dono di annunciare Cristo risorto lo hanno sperimentato anche gli altri perché dopo l’elenco delle popolazioni presenti a Gerusalemme a quella festa (Parti, Medi, Elamiti, …) c’è lo stupore degli uditori che constatano (parlando al plurale) l’ascolto dell’annuncio evangelico fatto in tutte le lingue dei pellegrini presenti.

Lo spazio geografico che comprende le popolazioni nominate va dai confini orientali dell’impero romano alla stessa città di Roma, quindi davvero una molteplicità di lingue e dialetti ha caratterizzato la ‘vivace’ solennità! In questa felice e feconda ricorrenza c’è quindi la premessa di quanto compiranno i discepoli di Gesù in seguito: l’evangelizzazione di tutti i popoli.

Salmo

A questo messaggio universale la Liturgia risponde con il Salmo 103 (104) che è un’esaltazione della Creazione. In esso vi è un’elencazione dettagliata degli elementi della natura con uno sguardo globale comprendente il cielo (sole, nubi, fulmini, …), il mare (rettili, pesci, Leviatan, …) e la terra (uomo, piante, animali, …), tuttavia tutti questi elementi vivono in virtù dello Spirito del Signore che dona loro di venire all’esistenza (“Mandi il tuo spirito, sono creati”).

Seconda lettura

Anche nella Lettera ai Romani l’apostolo Paolo mette in risalto l’azione vivificante dello Spirito santo. Il brano è tratto dal cap. 8 della Lettera al punto in cui viene affrontata la condizione della vita del credente che ha rifiutato il dominio della carne ed ha accolto in sé lo Spirito di Dio che quindi “abita” in lui. In virtù di questo lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti, “darà la vita anche ai vostri corpi mortali”.

Lo Spirito santo, “un perfetto sconosciuto se non addirittura un prigioniero di lusso” (Papa Francesco, 09.05.2016), è l’Autore della vita, insegna, ricorda, dona forza e slancio missionario.

Lasciamoci attrarre dal motivo iconografico dell’ etimasìa (preparazione) e contempliamolo: un trono e su di esso il libro dei sette sigilli sul quale è posata la colomba dello Spirito santo.

Giuseppina Bruscolotti

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