Il bonus matrimoni ammazza il sacramento

Il Governo – come era facilmente prevedibile – si trova pressato fra la necessità di stringere almeno un poco gli innumerevoli rubinetti da cui scorre il fiume della spesa pubblica a debito, e l’esigenza di accontentare un elettorato a cui è stato promesso di tutto. Dunque cerca di mettere ordine nei tanti bonus esistenti – cioè gli sgravi fiscali in favore di chi abbia sostenuto determinate spese –, ma nello stesso tempo ne inventa di nuovi, per ora solo sotto forma di ipotesi allo studio.

Chi si vuole orientare in questa materia deve partire dalla considerazione che, dal punto di vista del politico, il bonus serve non tanto al cittadino (consumatore) che spende, quanto piuttosto all’imprenditore che ci guadagna; nel senso che il cittadino spende di più e più volentieri se c’è il bonus. Questo è, per esempio, il meccanismo dei vari bonus per l’edilizia. Questa è anche la chiave di lettura della proposta, ancora tutta da discutere, del bonus per i matrimoni (solo quelli religiosi, secondo i primi annunci, subito contestati). A quanto pare non sarebbe un aiuto per la formazione della nuova famiglia; sarebbe invece correlato alle spese per la cerimonia (abiti, inviti, fiori, banchetto eccetera), e dunque un incentivo a uniformarsi alla moda che esige scenari sempre più fastosi.

Avendo frequentato parecchi matrimoni – come testimone e invitato, a parte che come sposo e poi come padre della sposa –, vedo che nel tempo il livello medio del fasto e del costo è salito a livelli inimmaginabili: ormai ci sono agenzie specializzate che fanno (a pagamento) tutto quello che prima uno faceva da sé: persino trovare il prete e la chiesa (suggestiva e riccamente addobbata), preparare i documenti e i fiori, eccetera.

Si chiamano agenzie di wedding. È ormai un pregiudizio diffuso che non sia concepibile un matrimonio, soprattutto se religioso, senza tutto questo contorno e senza le relative spese. Con la conseguenza che chi non vuole spendere non si sposa. Il bonus, se venisse attuato, accrediterebbe questa mentalità distorta; e non sarebbe certo un incentivo alle nozze sacramentali, né, comunque, a viverle come un’esperienza spirituale.

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