Che succederebbe se sparissero gli asili?

SCUOLA MATERNA. I tagli alla spesa pubblica creano pesanti disagi alle paritarie. In Umbria sono frequentate dal 20% dei bambini iscritti alle materne. L’allarme della Fism: molte materne rischiano

Tempo di lettura: 149 secondi

Se tutta la scuola è in sofferenza per i tagli alla spesa, c’è un settore che lo è ancor di più. Sono le scuole dell’infanzia, ed in particolare le scuole paritarie che pur non essendo statali svolgono un servizio pubblico. Tra queste vi sono quelle che aderiscono alla Federazione italiana scuole materne (Fism), realtà apprezzate da migliaia di famiglie che trovano in queste scuole un livello educativo di qualità nonché, spesso, elasticità di orario e disponibilità. In Umbria ci sono 82 scuole dell’infanzia non statali aderenti alla Fism, 53 nella provincia di Perugia e 29 in quella di Terni, frequentate da oltre 4500 bambini dai 3 ai 6 anni. Spesso sono scuole nate nella parrocchia, altre volte sono fondate da congregazioni religiose che negli ultimi anni, complice la diminuzione delle vocazioni, hanno sempre più lasciato l’insegnamento ai laici, e, realtà più recente, vi sono anche cooperative di insegnanti ed altri operatori. Nelle scuole materne della Fism lavorano circa 230 insegnanti. Stefano Quadraroli, presidente provinciale Fism e consigliere del direttivo nella Fism nazionale, lavora a Città di Castello in una scuola gestita da una cooperativa. Con lui facciamo il punto della situazione in Umbria, “una delle quattro Regioni in Italia che non prevede contributi diretti alle materne”, ovvero che non sostiene in alcun modo il settore, anche se da qualche mese la Fism ha aperto un dialogo con la Regione. Certo, gli asili paritari molti di meno di quelli statali, circa un quinto, e sono frequentati dal 20% dei circa 23mila bambini iscritti alle 415 materne, pubbliche e private, dell’Umbria, eppure senza di loro verrebbe meno un servizio fondamentale per le famiglie. E il rischio non è poi così lontano. In alcuni casi sono le religiose o le stesse parrocchie a coprire il deficit scongiurando la chiusura della scuola. Non si tratta di piangere miseria, precisa Quadraroli, quanto di vedere riconosciuto pienamente il servizio pubblico reso dalle paritarie. Scuole non statali parificate alle statali quanto a corsi di studi e standard organizzativi e amministrativi (senza i quali non ottengono la parifica), ma non parificate sul piano economico. Il risultato, per esempio è che le paritarie sono molto più controllate delle statali tra le quali si registrano percentuali di non rispetto delle norme molto alte. Le difficoltà economiche sono crescenti perché, spiega Quadraroli, il fondo del Ministero per le paritarie, dalle materne alle superiori, è fermo al 2001, anzi ha ha subito tagli che sono ricaduti soltanto sulle materne che, nel frattempo, sono pure aumentate. Sarebbe più giusto sostenerle tenendo conto anche del numero dei bambini che le frequentano, tanto più che una scuola paritaria costa nove volte meno di una scuola statale, assicura Quadraroli. Come ciò sia possibile lo spiega allontanando subito il sospetto di stipendi “in nero”. “Agli insegnanti sono applicati contratti collettivi che prevedono retribuzioni leggermente più basse degli statali, ma il vero risparmio – spiega – sta nella riduzione degli sprechi quali personale non docente in esubero”. Sul costo della scuola statale, inoltre, cadono i costi delle disfunzioni e in generale dell’apparato del Ministero della pubblica istruzione.

AUTORE: Maria Rita Valli