Perchè la Chiesa si impegna sul tema lavoro

Tempo di lettura: 170 secondi

di Paolo Giulietti

Nella prima pagina della Bibbia (Gen 2,15) il Creatore affida all’uomo il giardino di Eden, affinché lo coltivi e lo custodisca. A tale narrazione e a questi due verbi è legata la visione giudaico-cristiana – e più specificamente la Dottrina sociale della Chiesa – sul senso dell’attività umana e della sua relazione con la “casa comune”.

Si può condividere o meno l’approccio suggerito dalla Scrittura, ma appare evidente che in un momento di forti tensioni e interrogativi attorno alle problematiche del lavoro e delle relative implicazioni ambientali, non si possa prescindere da una “visione” per affrontarli efficacemente.

In caso contrario, si rischia di affannarsi a risolvere problemi contingenti, senza produrre vere soluzioni. In caso contrario, soprattutto, si rischia che al lavoro, come alla formazione al lavoro, non ci si appassioni più, perché se ne coglie solo la dimensione utilitaristica e funzionale, perdendone di vista l’intima relazione con la dignità e il destino della persona e della società.

Come uno dei sintomi di questa rischiosa deriva potrebbero essere letti alcuni dei dati recentemente scaturiti da un’indagine della Fondazione “Openopolis” sull’abbandono scolastico nelle province e regioni d’Italia. Siamo tra gli ultimi paesi d’Europa, seguiti solo da Romania, Spagna e Malta, fanalino di coda: nel 2017 poco meno di un giovane su cinque non ha terminato le scuole medie o ha interrotto gli studi superiori.

Molti di loro finiscono ad ingrossare le fila dei lavoratori poco qualificati e precari, dei “cattivi lavori” o dei “neet”, quando non della manovalanza criminale. Esiste infatti un comprovato legame tra povertà educativa e difficoltà lavorative e sociali, poiché le regioni con il maggiore abbandono scolastico sono anche quelle che registrano il più alto tasso di disoccupazione e di disagio sociale.

Fanno eccezione alcune province del ricco nord, in cui si registrano percentuali di abbandono scolastico preoccupanti. L’Umbria, per una volta, è tra le regioni più virtuose, con un tasso del 9,3%, in linea con la media europea; il che, però, uscendo dalla logica arida dei numeri, vuol dire che si tratta comunque di un ragazzo su undici.

Non è poco, soprattutto se si considera che il fenomeno tende a concentrarsi in alcuni territori e quartieri. Non bisogna, pertanto, abbassare la guardia, sostenendo la scuola con una valida rete di “alleanze educative”, riconoscendo che un valido percorso di studi costituisce premessa necessaria – anche se purtroppo non sufficiente – per un approccio efficace al lavoro.

Le Chiese dell’Umbria possono dire di aver contribuito fattivamente, in primo luogo mediante i tanti servizi di aiuto compiti e doposcuola attivati negli oratori, che non di rado costituiscono il più valido aiuto a contrastare l’abbandono scolastico per le fasce più deboli.

Inoltre, tante scuole dei nostri territori trovano nelle parrocchie – e nelle reti familiari che attorno ad esse si aggregano – un sostegno non trascurabile nel gestire e risolvere alcuni casi difficili, altrimenti destinati a lasciare il percorso di studio.

In ambito ecclesiale stanno crescendo, ad opera di diversi soggetti. anche le proposte volte a collegare scuola e lavoro: dalle borse lavoro per neo-diplomati, ai protocolli d’intesa per l’alternanza scuola-lavoro; dall’impegno nel Progetto Policoro all’iniziativa “Sosteniamo il lavoro”, presentata in un impegnativo convegno a Perugia il 16 novembre.

Piccoli segni di una grande visione: restituire all’uomo la dignità di collaboratore del Creatore nell’utilizzare (coltivare) e nel salvaguardare (custodire) mediante il lavoro il mondo che ci ha messo nelle mani.

LASCIA UN COMMENTO