Due o più, uniti nel Suo nome

Commento alla liturgia della Domenica a cura di Angelo Sceppacerca XXIII Domenica del tempo ordinario - anno A

Solo l’amore corregge il fratello; l’ammonizione efficace è quella fatta per amore. Il Signore, nell’Apocalisse, dice: “Io tutti quelli che amo li rimprovero”. La pecorella perduta indica, prima di ogni altra cosa, l’amore di chi si è messo in giro a cercarla. Nella vita capita in continuazione che qualcuno abbia commesso una colpa contro di noi, ma bisogna cercare di parlare, cucire, ricominciare, tentare, mai arrendersi. C’è sempre una speranza. Come nella parabola in cui l’agricoltore chiede al padrone di aspettare a tagliare l’albero per vedere se, lavorandogli un po’ intorno, non possa portare ancora frutti. L’amore chiede ricerca e fatica, per non lasciare nulla d’intentato pur di trovare la strada che porta al cuore del fratello.

La volontà del Signore è che non si perda neppure uno dei suoi piccoli; per questo mai bisogna pensare che non c’è più nulla da fare e mai dobbiamo stancarci di provare e tentare. L’altro è essenziale, occorre perché solo “dove due o tre” sono riuniti nel nome di Gesù, lì il Signore si fa presente. Dobbiamo farci carico del fratello; forse è questa la croce che il Signore ci invita a prendere ogni giorno e a seguirlo. Il fratello che sbaglia va riportato, con la correzione fraterna, nella casa della comunione, o almeno alla ricerca di essa. I due o tre che si accordano – letteralmente “che fanno sinfonia” – sono appunto in comunione, hanno ricostituito l’unità e Gesù è “in mezzo a loro”. Sono anche le ultime parole del Vangelo di Matteo e dicono la presenza permanente del Signore in mezzo a noi.

È un grande dono non essere soli. Anche la Parola ha bisogno di poggiare su due o tre testimoni, nel senso che si nutre del rapporto vicendevole, nel bene e nel male. Se il bene è d’esempio, il male scandalizza e ferisce. L’altro è sempre coinvolto, e la fatica di riguadagnarlo dice che con lui bisogna ricominciare da capo, come se fosse un pagano. Ma resta sempre “fratello”. L’ultimo verso mette un sigillo meraviglioso. L’essere uniti nel Nome è già opera divina, opera dello Spirito santo. Anzi è la Sua presenza. La preghiera che i due o tre rivolgono al Padre per chiedere qualcosa è con Gesù, il Figlio prediletto, in mezzo a noi.

“‘Dove due o più’… Gesù non specifica chi. Egli lascia l’anonimato. ‘Dove due o più’… chiunque essi siano: due o più peccatori pentiti che si uniscono nel nome suo; due o più ragazze come eravamo noi; due, di cui uno è grande e l’altro piccolino… Dove due o più… E nel viverle, abbiamo visto crollare barriere su tutti i fronti. Dove due o più… di patrie diverse; e crollavano i nazionalismi. Dove due o più… di razze diverse: e crollava il razzismo. Dove due o più … anche fra persone che di per sé sono sempre state pensate opposte per cultura, classi, età… Tutti potevano, anzi dovevano unirsi nel nome di Cristo” (Chiara Lubich).

AUTORE: Angelo Sceppacerca