Conflitto israelo-palestinese. La soluzione non è schierarsi

di Fra’ Stefano Tondelli*

Cosa ci dice ciò che è successo nei territori israelo-palestinesi, con la sua violenza e crudezza? Ci dice anzitutto che la pace è l’unica soluzione, non c’è altra possibilità che cercare modalità di convivenza pacifica nel rispetto di tutti: imparare a vivere insieme. Senza questo, ogni soluzione politica sarà fragile. E dobbiamo agire in fretta! Papa Francesco nella Laudate Deum ci rimprovera per la lentezza nel promuovere il bene quando il male avanza così velocemente.

Una particolarità del conflitto da non trascurare è che i due popoli che si scontrano sono mescolati tra loro: già in Israele vive circa un 20% di arabi, inoltre i Territori palestinesi si intrecciano con lo Stato ebraico in modo inestricabile. Non è come la guerra tra due Paesi ben distinti in cui uno vince, l’altro perde, ma poi ognuno sta a casa sua a leccarsi le ferite. Qui no. Qui gli sconfitti covano vendetta accanto ai vincitori. Storicamente questo tipo di conflitti in cui i duellanti vivono nello stesso territorio si conclude solo con genocidi e deportazioni dei più forti contro i più deboli (vedi il genocidio armeno, la Shoah, hutu e tutsi, le foibe…). E questo va evitato a ogni costo.

Un’altra cosa che questi eventi ci insegnano è di stare attenti a schierarsi ideologicamente da una parte contro l’altra, spesso condizionati dai mass media o dalle simpatie politiche. Il conflitto arabo-israeliano è un coacervo tale di errori storici, violenze, intrighi politici e manovre occulte che individuare con certezza buoni e cattivi, ragione e torto, diventa quantomeno ingenuo, se non presuntuoso. Inoltre il vizio di schierarsi fa parte appunto di quella politica vecchia, eredità della guerra fredda, che ha portato alla guerra in Ucraina e in tante altre parti del mondo. Siamo in un mondo nuovo, e c’è bisogno di nuovi paradigmi che guidino le azioni della comunità internazionale.

E questo nuovo modo di approcciare i conflitti non è quello di schierarci con un popolo contro un altro, ma condannare le azioni, le ingiustizie. Questo sì possiamo farlo, anzi dobbiamo farlo, come esigenza umana ma anche biblica e profetica. Denunciare e intervenire contro l’ingiustizia. Questo è il ruolo della comunità internazionale, oltre che del cristiano.

In questo contesto i cristiani rappresentano circa l’1% della popolazione: pur essendo un piccolo numero, il loro ruolo è fondamentale perché agiscono come ponti di pace. In modo forte, Papa Francesco in questi giorni ha voluto farsi vicino ai cristiani di Terra Santa nominando cardinale il patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, che continua l’opera di riconciliazione: “Non basta non volere la guerra. Bisogna impegnarsi per favorire relazioni di buon vicinato”.

Così i cristiani, pur denunciando ogni ingiustizia, non si schierano per una delle due sponde e possono diventare “ponti” affinché gli avversari si incontrino per dialogare e imparare a convivere: se il ponte funziona, le due sponde opposte saranno unite e non diventeranno più due, ma una sola.

Questa metodologia i cristiani l’hanno imparata da Gesù stesso, come ci ricorda san Paolo: “Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia… distruggendo in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini” (Ef 2,14 ss).

Pace per tutti i popoli, pace per Gerusalemme!

*commissario di Terra Santa per l’Umbria

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