Custodire l’umanità. Le “sottolineature” dell’economista e del teologo

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Immagini dal convegno “Custodire l'umanità”
Relatori al convegno “Custodire l’umanità”

Per un’economia alternativa

di Pierluigi Grasselli
Come è ormai diffusamente denunciato, le gravissime difficoltà in cui ci troviamo sono dovute in gran parte all’operare di un’economia orientata al massimo profitto di breve periodo, e di una finanza dominata dalla ricerca di guadagni di natura speculativa. Nel corso dell’incontro sul tema “Custodire l’umanità, verso le periferie esistenziali” si è cercato di mettere in luce quelle forze, quei meccanismi, per lo più di marca neo-liberista, che agiscono in profondità, condizionando gravemente i nostri orientamenti, scelte e comportamenti. Il sociologo Mauro Magatti si è soffermato sulla “libertà di potenza”, una libertà che si associa a “volontà di potenza”, fondata sul potere crescente e pervasivo del connubio tra tecnica ed economia, manifestatasi in particolare negli sviluppi incontrollati e autoreferenziali della finanza (il finanz-capitalismo analizzato da Gallino, la deriva finanziarizzatrice del neoliberismo), culminati nel collasso del circuito degli scambi globali, nello “slegamento” delle relazioni economiche, istituzionali, affettive e nella perdita di significato, di senso del futuro (l’espansione come “festa dell’irrilevanza”).Il delirio della volontà di potenza ha slegato il rapporto economia-società, ha creato una società disumana, che cerca di cancellare l’impotenza (quale si manifesta nella povertà, nella malattia, nella vecchiaia). La nostra capacità e volontà di essere vicini all’uomo, mettendoci in relazione con l’altro e con l’Altro, è l’unico antidoto, secondo Magatti, ai deliri della prepotenza. La crisi è una grande opportunità, un’occasione storica per ritessere i rapporti violati, per una nuova crescita, per una nuova prosperità.

Anche il filosofo Rinaldo Fabris ha analizzato le gravi alterazioni del rapporto economia-società indotte dall’impiego delle nuove tecnologie, con particolare riferimento al ruolo assunto dal “sistema denaro”, sempre più immateriale e astratto, tale da sfuggire al controllo dell’Uomo, generatore di una profonda crisi delle relazioni sociali, misuratore del valore monetario attribuibile a ogni realtà (la deriva mercificatrice del neoliberismo), con sbocco obbligato nel consumo, e quindi nell’annullamento. Di qui l’esigenza di comprendere questi meccanismi devianti, e di recuperare, con ogni nostra energia, relazioni veramente umane.

L’economista Luigino Bruni pone in luce le differenze tra il capitalismo nordamericano, diffuso a livello globale, che si basa essenzialmente sulla diffusione del Mercato, e quello affermatosi in Italia, fatto prevalentemente di imprese familiari, piccole e medie, e di imprese cooperative, fondato su un forte intreccio tra economico e sociale. Bruni auspica la protezione e valorizzazione di quegli aspetti dell’attività economica che vanno a promozione delle persone e dei rapporti tra esse, contrastando povertà ed esclusione sociale, che si fondano sul dono e sulla reciprocità, che difendono e sostengono i beni comuni, che pongono un limite all’estensione del mercato ed alla mercificazione. Praticare rapporti autentici e sinceri con gli altri, in spirito di fraternità: anche per Bruni, questo è presupposto essenziale per custodire efficacemente l’umanità.

 

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Quel “di più” in senso orizzontale e verticale

di Mons. Fausto Sciurpa

Molteplici suggestioni per riflettere ha offerto il convegno “Custodire l’umanità”. Le diverse prospettive convergono verso il recupero di un più di umanità. Un più non in senso quantitativo, un più di potenza che di fatto si trasforma in prepotenza (Magatti), ma in senso relazionale.

Relazione orizzontale, per una civiltà del vivere insieme, in una dinamica che, pur dentro il fenomeno della globalizzazione, sia capace di ritrovare la profondità della stabilitas loci, lo spazio stabile della propria comunità (Riccardi), ricca della densità dei vissuti della gente (Bagnasco).

Relazione verticale, ove la dimensione dell’Oltre, della trascendenza, riscatti l’uomo dal “cattivo infinito”, in realtà ripiegamento ossessivo su di sé, senza prospettiva (Pessina), se non una deriva nichilista (Fabris).

La dimensione della trascendenza da riscoprire anche nell’immanenza (Givone, Verdon), diventa la domanda provocatoria del non-credente al credente: se la fede si traduce solo in caritas – che, per il credente, è comunque lo sguardo e il cuore di Dio che si fa attenzione vicinanza all’uomo (Bagnasco) – dove sta la differenza con quanti, pur non credenti, avvertono la vicinanza all’uomo nel suo dolore (Natoli)?

Nella domanda ci sembra di scorgere il bisogno, la nostalgia di uscire da una dimensione solo orizzontale, per non perdere il senso del mistero dell’uomo e di Dio. In maniera suggestiva, da alcuni considerata troppo poetica, lasciandosi forse sfuggire la forza evocatrice della provocazione, questo senso del mistero è fatto balenare nella contrapposizione tra un’apparenza povera di presenza (il mondo digitale) e una presenza povera di apparenza, quella dell’eucarestia (Hadjadj), presenza che è vicinanza (Incarnazione) e lontananza, trascendenza che immette in una Presenza che, mentre sfugge, avvolge di tenerezza.

Altri temi importanti per la vita etica, sociale, economica, politica sono stati toccati, legati alle trasformazioni di costume e di strutture; ma si aprirebbe un altro capitolo di riflessione.