E noi non sapevamo nulla

Le immagini della tragedia abbattutasi sull’isola caraibica ci mettono di fronte alla nostra ignoranza sulla storia e i problemi di quel Paese

Tempo di lettura: 359 secondi

Nei giorni scorsi tutto il mondo ha partecipato emotivamente a quanto accaduto ad Haiti. Personalmente ho vissuto giorni di trepidazione e angoscia per la presenza a Port au Prince di una carissima amica, Sr. Luisa dell’Orto, missionaria delle Piccole Sorelle del Vangelo, fino a venerdì scorso (15 gennaio) quando un sms della sorella, che vive a Lomagna in Brianza, mi ha annunciato che Luisa era salva con le sue consorelle. Queste suore gestiscono una scuola (con una media che oscilla annualmente dai 250 ai 300 bambini e ragazzi di varie età) e un laboratorio (chiamato atelier) dove una di loro, Sr. Maria, insegna alle ragazze a cucire e ricamare. Sr. Luisa, inoltre, era stata chiamata a svolgere anche un altro servizio, di insegnamento al Seminario diocesano.

La scuola delle Piccole Sorelle, purtroppo, è parzialmente crollata, sono già stati estratti i corpi di una ventina di bambini, mentre non sappiamo ancora in che stato sia l’atelier. Suor Luisa, raggiunta telefonicamente, ha rilasciato un’intervista proprio domenica scorsa al radiogiornale delle 14 della Radio Vaticana. Sentire la sua voce, interrotta ogni tanto da qualche singhiozzo, è stato veramente emozionante, conoscendo la storia che c’è dietro la vita di queste missionarie, come quella dei tanti missionari impegnati in quel Paese (Salesiani, Camilliani e diversi altri). Il primo momento, dopo questa tragedia, è stato di forte coinvolgimento, unito alla voglia e all’impegno di “fare qualcosa” di concreto… Ma poi viene il momento della riflessione e lo spunto mi è venuto dal sottotitolo di un articolo su un quotidiano nazionale, che dice: “Si muovono le banche, i Paesi, le star del cinema, le persone comuni. Ma Haiti stava morendo anche prima. Nell’indifferenza del mondo”. Come è vero! Giusto tutto quello che si sta facendo, ci mancherebbe, la macchina della generosa solidarietà, i Paesi ricchi che si stanno mobilitando, le organizzazioni governative e non che si prodigano in una gara senza precedenti, ma prima? Cosa si sapeva, o meglio cosa ci veniva fatto sapere e in quali occasioni, cosa si è fatto per ovviare e cercare di risolvere l’estrema povertà e miseria e di miscela esplosiva di situazioni?

La testimonianza degli anni passati trascorsi nell’indifferenza del mondo che ci forniscono le Piccole Sorelle e coloro che sono laggiù impegnati è eloquente: pochissimi che vivono decentemente e la maggioranza nella più totale indigenza (con appena 1 dollaro al giorno); aspettativa di vita media che non va oltre i quaranta anni; a ridosso del centro solo bidonville con acqua potabile razionata e distribuita dietro pagamento, elettricità erogata non tutti i giorni e solo due o tre ore la sera, fogne a cielo aperto (anche le suore per arrivare alla scuola devono attraversarle calpestandole); mancanza di qualsiasi genere di strutture e mezzi per la costruzione o manutenzione di case, strade e infrastrutture, anni di uccisioni e violenze di ogni genere, prima da parte delle squadracce al soldo dei dittatori, poi di quelle votate al saccheggio e alla rapina causate dalla fame e dalla miseria, le violenze delle bande che vogliono far tornare il dittatore Aristide; sequestri di persona, soprattutto dei bianchi (anche sacerdoti, suore e volontari) per il facile guadagno che si ottiene (che si aggira quasi sempre sui 50.000 dollari a persona); un sottosuolo prima abbondante di oro poi depredato completamente dai francesi nel periodo coloniale; un territorio prima ricco di vegetazione poi, per chissà quali progetti faraonici, deforestato dagli americani per cui ora ad ogni inondazione o uragano le radici non riescono ad attecchire, come poverissimi sono i raccolti e gli ortaggi sempre a causa delle inondazioni che spazzano via tutto; un mare pescosissimo, ma al largo, quindi non raggiungibile con le povere imbarcazioni fatte di pesanti tronchi scavati col machete e ci si accontenta delle aringhe che si trovano nelle vicinanze della riva.

Mi fermo qui, tante altre situazioni potrei ancora elencare anche sul modo di vivere soprattutto dei bambini e della gioventù, alcune foto che allego parlano da sole. Come faceva il mondo a tacere? Perché tanti missionari e organizzazioni lasciati soli a combattere, a costruire scuole, ospedali, orfanotrofi, a far prendere coscienza a quella gente della propria dignità attraverso l’istruzione, il lavoro e una politica educativa?

L’auspicio ora, dopo la tragedia che ha scosso e mobilitato il mondo, è che non ci si dimentichi di Haiti dopo la prima emergenza, perché ora c’è solo bisogno del necessario per la sopravvivenza (acqua, cibo, medicine), ma poi dovrà seguire un impegno costante per una ricostruzione che si prevede lenta e molto lunga. Che non accada più che sulla medesima isola (Hispaniola) ci sia da una parte l’inferno e dall’altra a pochi chilometri (Santo Domingo) il paradiso dove i turisti prendono il sole e giocano beatamente a golf.

Un dramma nel dramma che esige risposte non emotive

Un dramma nel dramma: è quello dei bambini di Haiti ai quali il terremoto ha tolto tutto. Neanche gli orfanotrofi sono rimasti in piedi, per questo, in Italia, il presidente della Commissione per le adozioni internazionali (Cai), Carlo Giovanardi, ha parlato di un grande piano di adozioni, successivo ad un censimento che serva a capire quanti sono i bambini sopravvissuti ad Haiti dopo il sisma e soprattutto quanti di essi siano rimasti completamente soli al mondo.

L’Italia è pronta a fare la sua parte: Giovanardi ha, infatti, annunciato l’arrivo di un milione di euro dai fondi destinati alle adozioni internazionali. Non per tutti i bambini abbandonati, però, è ipotizzabile l’adozione; per alcuni l’affido sembra la strada migliore. Non è d’accordo con chi vorrebbe una modifica della legge sull’adozione internazionale Francesco Belletti, presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari. “Ha ragione il sottosegretario Giovanardi a raffreddare questi entusiasmi: azzerare le garanzie previste dalla legge – aggiunge Belletti – da un lato non aiuterebbe a risolvere il problema di Haiti ma servirebbe, dall’altro, a far venire meno la fiducia internazionale e soprattutto dei Paesi di origine nei confronti del sistema italiano”.

Inoltre, osserva, “di famiglie che hanno già superato gli accertamenti del caso e sono in attesa di un’adozione ce ne sono in Italia oltre seimila tutte già ora coinvolgibili in un serio e affidabile percorso adottivo. Sicuramente più di quanti bambini potranno mai arrivare da Haiti che peraltro con l’Italia non ha né tradizioni di scambio né convenzioni in atto”. “Il bambino abbandonato non deve stare in un Paese se non c’è la prospettiva che questo piccolo possa essere accolto come un figlio”, sostiene il presidente dell’associazione “Amici dei bambini”, Marco Griffini. Il problema, però, è “stabilire se effettivamente questi bambini sono abbandonati”. In questo senso, “si debbono verificare le cifre impressionanti che circolano”. C’è, poi, “la grande preoccupazione di rintracciare questi bambini e di come metterli in sicurezza. Se non è possibile accoglierli in modo sicuro ad Haiti, bisogna spostarli”. Nell’associazione è venuta un’idea: “Chiedere alle navi da crociera Costa di metterne qualcuna a disposizione per creare dei campi provvisori per mettere in sicurezza i bambini”, inoltre sta valutando l’ipotesi di un “affido internazionale”. Si tratterebbe, spiega Griffini, di “recuperare i bambini abbandonati e portarli in Italia, sotto la garanzia di enti come il nostro, che si fanno carico della temporaneità dell’affido: risolta l’emergenza e rintracciati i parenti, il bambino tornerebbe ad Haiti”.

AUTORE: Alessio Gonfiacani Bambini