Fede semplice ma vera

Tempo di lettura: 268 secondi

“È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza”, ascoltiamo dalla I lettura di domenica XXVII del TO.

Prima lettura

Il brano è tratto dal libro del profeta Abacuc, profeta che esercita la sua missione nella fase in cui -a partire dalla battaglia di Carchemis (605 a. C.)- Nabucodonosor si affaccia con prepotenza sullo scenario del Vicino Oriente Antico.

Già ai primi versetti del primo capitolo (1,6) viene descritto l’incombere dei babilonesi ignari che la loro potenza è ‘usata’ dal Signore per punire gli israeliti divenuti idolatri. Ecco allora presentarsi Abacuc la cui attività profetica si svolge in modo insolito poiché osa chiedere conto a Dio del Suo operato.

Si domanda infatti: perché il Signore per punire gli israeliti si serve di un popolo più peccatore di loro? Perché fa trionfare il malvagio a discapito di un popolo che sì, ha sbagliato, ma non è poi così degenere? Perché permette che ad avere la meglio sia l’ingiustizia?

La risposta che arriva tramite lo stesso Abacuc è quella per cui il Signore per salvare il Suo popolo si serve di sistemi inconcepibili all’uomo e che tuttavia questa fase di prova ha un “termine” e che la sorte del giusto sarà comunque gloriosa in quanto “vivrà per la sua fede”.

Salmo

Anche il Salmo con cui rispondiamo alla I lettura fa presente un tempo di prova cui sono stati sottoposti gli israeliti. Parla infatti di “Massa e Meriba”, ovvero di un episodio legato al percorso dei quarant’anni nel deserto. Oltre all’invito alla lode del Signore espresso con degli imperativi che danno il senso del dinamismo completo della persona (Venite! Cantiamo, acclamiamo!), il Salmo esorta a non “indurire il cuore” nel tempo della prova.

Il cuore indurito non favorisce lo spazio all’accoglienza della Parola di Dio, lascia l’uomo ‘senza riposo’ cioè in balìa dei suoi pensieri, impossibilitato a vedere con gli occhi della fede le “opere” del Signore che sono sempre finalizzate al bene degli uomini.

LA PAROLA della Domenica

PRIMA LETTURA
Dal Libro del profeta Abacuc 1,2-3; 2,2-4

SALMO RESPONSORIALE
Salmo 94

SECONDA LETTURA
Dalla II Lettera a Timoteo 1,6-8.13-14

VANGELO
Dal Vangelo di Luca 17,5-10

Seconda lettura

La II lettura è tratta dalla pagina iniziale della II Lettera di San Paolo a TimoteoSecondo quanto si evince dal Testo, l’apostolo scrive nel momento in cui lui è prigioniero e la comunità di Timoteovive tra contrarietà e persecuzioni.

Paolo incoraggia perciò il discepolo-pastore a reagire a questa difficile fase facendo leva soprattutto sulla consapevolezza del dono ricevuto da Dio attraverso “l’imposizione delle mani”.Questo dono cui Paolo fa riferimento è lo Spirito Santo che imprime nei consacrati “la forza, la carità e la prudenza”per rispondere agli eventi contemporanei.

Le prove che Timoteo deve sostenere per il Vangelo costituiscono anche un’occasione di comunione spirituale con il suo padre nella fede (“soffri con me per il Vangelo”). L’opera evangelizzatrice cui Timoteo è preposto in virtù degli insegnamenti che ha ricevuto, non è frutto di un’iniziativa personale, ma costituisce il “bene prezioso” che viene “affidato” dal Signore a chi come Timoteo ha ottenuto la Sua fiducia.

Vangelo

Il brano del Vangelo secondo Luca presenta due insegnamenti che apparentemente sembrano casuali, non legati: la potenza della fede e la gratuità del servizio. La pagina ha inizio con una richiesta degli apostoli al Signore: “accresci la nostra fede!”. La risposta di Gesù è di un’affascinante concretezza perché prende spunto dall’ambiente agricolo circostante: “granello di senape” e “gelso”.

Il granello di senape è il più piccolo dei semi, quasi invisibile, eppure produce una grande pianta. Il gelso è un albero che ha lunghe radici e per questo è portato come esempio per l’impossibilità ad essere sradicato con facilità. Questo insegnamento non è un invito a servirsi della fede per la spettacolarità, per indurre alla visione di fatti eclatanti, quanto piuttosto a nutrire una fede vera, di abbandono fiducioso nel Signore, fede che per sua indole mostra inevitabilmente l’incalcolabile potenza divina.

Poi Gesù continua il Suo discorso con una provocazione che rivolge agli apostoli: “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola?”. Non gli dirà piuttosto: “prepara da mangiare?”. Questo esempio si rifà allo status del servo al tempo di Gesù (e non solo al suo tempo!) per cui anche se un servo aveva lavorato in campagna, non per questo era esente dal lavoro in casa. Quindi non esisteva il ‘diritto’ del servo al riposo, né per il padrone il ‘dovere’ di ringraziare perché il tutto rientrava nella normalità del vivere quotidiano.

Questo rapporto tra il padrone e il servo (seppur negativo ai nostri giorni) è lo specchio di quello che dovrebbe essere il legame tra l’uomo e Dio: non perché l’apolosto ricopre importanti responsabilità deve aspettarsi qualcosa di più dal Signore. Il servizio al Signore e al Suo Vangelo va svolto non con il criterio del ‘ti do, quindi mi dai’, ma con il cuore libero da pretese.

In definitiva il messaggio è ‘spettacolarmente’ positivo: la fede non deriva dallo sforzo volontaristico, ma è dono del Signore e chi ha l’umiltà di accoglierla necessariamente vedrà lo ‘sradicamento’ di situazioni impossibili; chi serve il Signore con cuore disinteressato, specie se svolge ruoli particolari, conoscerà immancabilmente il favore divino perché chi serve il Signore “Il Padre lo onorerà (Gv 12,26).

Giuseppina Bruscolotti

LASCIA UN COMMENTO