Gesù, pastore e maestro di amore

Gesù “buon pastore” è l’immagine che il vangeloci presenta nella domenica dedicata alla preghiera per le vocazioni.


La quarta domenica di Pasqua segna una svolta. Fino a domenica scorsa, i testi evangelici ci hanno narrato il giorno di Pasqua, i sentimenti delle donne e dei discepoli: le paure, le angosce, i dubbi, i turbamenti, lo stupore, la gioia. Abbiano “visitato” anche noi i luoghi del Risorto: il sepolcro, il Cenacolo, la strada per Emmaus e il ritorno a Gerusalemme.

Gesù presentato come “buon pastore”

Il Vangelo di questa domenica ci narra, attraverso l’immagine del buon pastore (alcune traduzioni lo presentano come il pastore “bello”, il pastore “vero”), che il Risorto ora è veramente Colui che guida la nostra vita e l’intera comunità dei credenti, suo gregge, per il quale ha dato al vita (Gv 10,14-16).

I testi liturgici rafforzano questa immagine, e il pastore diventa il custode che ha misericordia del suo gregge e lo conduce ai pascoli della vita eterna. Con questa preghiera, esplicitata nel post communio, ci lasciamo accompagnare sulle strade della vita, ravvivati nella fede, dalla comunione con Lui.

L’intima relazione eucaristica trova nella relazione tra pastore e gregge, come descritta dal Vangelo odierno (Gv 11,10), le parole per dare voce all’indicibile. Il netto contrasto con la figura oscura del mercenario (v. 12), rende più evidente la luce di Colui che per le pecore si fa “agnello immolato”.

Pastore che non fugge ma dà la sua vita

Il Pastore Buono e Bello non solo non fugge di fronte al lupo, ma è pronto a saziare la fame del lupo, affinché risparmi il gregge. È Lui che dà la vita con un sovrano atto di libertà: non se la lascia prendere, ma la depone (Gv 10, 18). Il verbo “dare la vita” è anche tradotto con “deporre” infatti. Un termine molto evocativo, se torniamo all’immagine della croce e del sepolcro. Gesù è deposto dal patibolo e deposto nella tomba. Ma ciò è reso possibile dal deporre la sua volontà nelle mani del Padre.

La consegna della vita come atto supremo di libertà e di amore è descritto dall’evangelista Giovanni nel racconto della Passione. È Gesù che stabilisce l’ora e il momento della “consegna” della sua vita. Gesù non subisce la condanna, ma è il protagonista, regista e scrittore della scena.

L’evangelista Giovanni nel racconto della Passione ci dice che il potere sulla vita e sulla morte non è in mano al potente di turno. Per questo risponde a Pilato: “Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto” (Gv 19,11).

Comprendiamo allora che l’immagine del Pastore Bello si identifica con il Signore Gesù, come evidenziato dalla liturgia, nell’antifona alla comunione: “È risorto il buon pastore, che ha dato la vita per le sue pecore, e per il suo gregge è andato incontro alla morte”.

Atto d’amore che nasce dalla relazione con il Padre

Questo atto d’amore ha la sua origine in quella relazione unica che Gesù ha con il Padre, e che l’evangelista Giovanni esprime con il verbo “conoscere” (10,14-15). Il termine non esprime un concetto intellettuale, ma un vero moto del cuore, che attraverso lo sguardo penetra nell’interiorità altrui e riconosce l’altro per quello che è, amando ciò che è, e desiderando di compiere per lui ogni vero bene.

Lo stesso verbo lo ritroviamo nella seconda lettura, che pone alla base dell’incapacità di riconoscere l’amore il non conoscere Colui che è l’origine dell’amore. Quest’amore è conosciuto in pienezza proprio in quella relazione intima e unica che è la relazione intra-trinitaria tra il Padre, il Figlio e lo Spirito santo. Una conoscenza possibile in pienezza anche per noi.

Il tempo del “conoscere” e dell’amare”

La seconda lettura ci ricorda la “tempistica”: “Sappiamo però che, quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). Ma tutto è possibile anche a noi, perché anche noi, oggi, siamo già realmente suoi figli (v. 1). Da queste parole individuiamo allora una stretta correlazione tra il verbo conoscere e il verbo amare, tanto che nella Bibbia si usa il primo termine per indicare l’atto sponsale dell’unione fisica tra chi si ama.

I testi di questa domenica indicano che l’amore non può essere declinato in modo indefinito, ma ha bisogno di un termine ben preciso, ha bisogno di un “tu” da amare: non si ama “l’umanità”, ma la persona che ci è davanti.

La libertà non si annulla nell’amore

L’amore va messo alla prova del “tu” per allargarsi a un orizzonte più ampio. Di fronte al “tu”, se si rimane un “io” irriducibile e non ci si lascia plasmare in “noi”, non si conoscerà l’amore. L’io è chiamato ha deporre le armi dell’egoismo, in un costante esercizio di libertà da se stessi.

È proprio nella logica del dono di sé che la libertà scopre la sua vera identità. La libertà non si annulla nell’amore, ma in esso è sublimata. La libertà trova la sua migliore declinazione con la preposizione “per”, diversamente dalla logica del “liberi da”. Obbedire a una chiamata è sublimare la libertà nell’amore.