È giusto aiutare un suicida?

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di Pier Giorgio Lignani

Lunedì scorso, a Napoli, una ragazza si è uccisa buttandosi dal tetto dell’Università. I suoi familiari erano venuti lì credendo di assistere alla sua laurea, e lei non aveva il coraggio di rivelare che li aveva ingannati, aveva smesso da anni di dare esami. L’episodio offre spunti per varie riflessioni; qui ne voglio cogliere uno in particolare. Supponiamo che la ragazza avesse detto a qualcuno: “Voglio buttarmi giù per morire, mi dai una spinta?” e quello, premuroso, avesse eseguito.

Come lo giudicheremmo?

Diremmo che è un benefattore, un eroe civile?

O diremmo invece che avrebbe dovuto prendere la ragazza per mano, riportarla indietro, dirle che anche senza laurea tutti le avrebbero voluto bene lo stesso? Molti chiedono che dal Codice penale si cancelli il reato di “aiuto al suicidio”.

C’è stato il caso estremo di un personaggio dello spettacolo ridotto da un incidente in condizioni miserevoli; lo sventurato ha chiesto di morire, e un amico lo ha aiutato. Da qui un processo penale per “aiuto al suicidio”. I giudici hanno deferito il caso alla Corte costituzionale, chiedendole di cancellare quell’articolo del Codice penale, in nome della presunta superiorità del diritto di ciascuno di porre fine alla propria esistenza. Il Governo, come la legge gli consente, ha deciso di prendere la parola davanti alla Corte costituzionale per difendere la legittimità di quell’articolo di codice che altri vorrebbero cancellare.

Da qui polemiche e proteste contro il Governo. Chi la pensa così, però, dà per scontato che chiunque prende la decisione di uccidersi sia perfettamente lucido, equilibrato, padrone di se stesso. Ma questo può essere vero, se lo è, in una ristretta minoranza di casi.

Perlopiù, invece, la scelta del suicidio è frutto di uno stato d’animo di sconforto, di dolore, di depressione, che può anche sembrare grave ma quasi mai è irreversibile.

Come nel caso della ragazza di Napoli, che, se qualcuno glielo avesse detto nel modo giusto, avrebbe ben capito che per i suoi cari era mille volte meglio scoprire che non si sarebbe mai laureata, piuttosto che vederla morta.