I cattolici volevano gli Stati uniti d’Italia

Celebrazioni. Il 150° dell’Unità nazionale fa riscoprire il pensiero e il ruolo dei cattolici nel percorso unitario

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Le celebrazioni per il 150° dell’Unità hanno prodotto un rilancio, mai così vasto e diffuso, dei nostri simboli, della bandiera tricolore, dell’Inno di Mameli, delle melodie risorgimentali. Si è dunque largamente compresa e condivisa la convinzione, anche da parte dei Vescovi italiani, che la memoria degli eventi che condussero alla nascita dello Stato nazionale unitario e la riflessione sul lungo percorso successivamente compiuto possono risultare preziose nella difficile fase che l’Italia sta attraversando, in un’epoca di profondo e incessante cambiamento della realtà mondiale. È stato un successo inatteso poiché da tempo, ormai, il Risorgimento non toccava più il cuore degli italiani, anzi negli ultimi anni sono ricomparse le memorie antirisorgimentali veicolate dall’antiunitarismo della Lega, dalla ripresa in una parte dell’opinione pubblica meridionale delle antiche recriminazioni sul “saccheggio del Sud”, e infine dalle pulsioni antirisorgimentali di una parte del mondo cattolico, che continua a considerare il Risorgimento come un grande complotto “laico-massonico”. Ricostruzioni legittime del Risorgimento, ma il cui fine sembra essere in prevalenza quello della polemica politica da spendere nell’attualità. Soprattutto il tema del rapporto tra cattolici e Risorgimento merita qualche ulteriore considerazione perché – accanto a libri e interventi che hanno messo in evidenza il rapporto tra movimento unitario e processo di scristianizzazione dell’Italia (M. Viglione, 1861: Le due Italie e A. Pellicciari , L’altro Risorgimento, entrambi editi da Ares, 2011), oppure al revisionismo positivo del cardinal Giacomo Biffi che in un pamphlet (L’Unità d’Italia. Centocinquant’anni 1861-2001, Cantagalli Editore 2011), pur non mettendo in dubbio i risultati dell’Unità, segnala i tanti punti da considerare per celebrare senza retorica e false certezze un evento così importante – hanno visto la luce riflessioni e saggi che hanno profondamente riconsiderato questo rapporto e messo in evidenza che l’Italia restò un Paese cattolico (A. Riccardi, Avvenire 03/11/2010) e che i cattolici, per usare una metafora calcistica, entrarono nel secondo tempo: non fecero l’Italia, ma gli italiani (P. Viana, Avvenire 12/03/2011). Il punto centrale da cui partire è quello di operare una distinzione tra il processo che ha portato all’Unità d’Italia, a cui diamo nome di Risorgimento, e il periodo successivo, ovvero i primi passi dello Stato nazionale italiano. Se è vero che accanto a Mazzini, a Garibaldi e a Cavour ci sono stati Antonio Rosmini e Vincenzo Gioberti, che pensarono al nuovo assetto politico e sociale della penisola in termini “italiani”, e che videro nel confluire di culture e tradizioni locali diverse, amalgamate dallo stesso cemento della fede cattolica, le condizioni per la nascita di uno Stato confederale, sul tipo della Svizzera o degli Stati Uniti d’America, è pure vero che la “questione cattolica” nasce con la Breccia di Porta Pia, nel 1870, quando, con un atto di forza, finisce il Risorgimento e si completa la formazione dello Stato italiano, riconosciuto in quanto tale a livello internazionale. Ma anche qui: Manzoni, non curandosi della scomunica, votò a favore di Roma capitale, e come lui altri cattolici si dichiararono favorevoli al nuovo Regno, rendendo così difficile l’individuazione di un esplicito disegno di esclusione dei cattolici dal processo risorgimentale. Certamente ci sono state fasi in cui una classe politica fortemente condizionata dalla massoneria ha attuato misure repressive; ciò nonostante, soprattutto a livello locale, personaggi radicalmente anticlericali intrattenevano buone relazioni con i vescovi e il clero, mentre i cattolici liberali o i cattolici transigenti avevano valutazioni molto difformi rispetto alle indicazioni vaticane. Sturzo, per esempio, rimase sempre obbediente, ma era contrario al Non expedit. La storia, insomma, va letta come un processo in cui contrapposizioni e conflitti alla fine tendono a smussarsi e a ricomporsi e i ruoli, qualche volta, persino a rovesciarsi. L’avvento del nuovo Regno costrinse la Chiesa a rimodellare profondamente la sua struttura. Ci sono atti e cambiamenti radicali: le leggi sull’asse ecclesiastico e la soppressione degli Ordini religiosi chiudono storici monasteri, demoliscono un mondo antico di vita religiosa, mentre si secolarizzano le opere pie, l’assistenza, l’istruzione. Sembra la fine di un mondo e tuttavia, ha scritto Andrea Riccardi, “nonostante le comprensibili deprecazioni di fronte alla volontà di ridurre il ruolo della Chiesa, questa fine del mondo diventa la fine di un mondo, non la fine del cattolicesimo nel Regno d’Italia”. Resta in piedi, infatti, riconosciuta dallo Stato, la struttura pastorale della cura d’anime, rappresentata dalle parrocchie e dalle diocesi, con la funzione primaria di fornire assistenza religiosa ai nuovi cittadini italiani; una responsabilità non messa in discussione dal governo italiano, che continua a considerare il cattolicesimo religione di Stato. Ma esso resta tale soprattutto tra la gente, e almeno fino all’avvento dell’anticlericalismo socialista che, al contrario di quello borghese e liberale, penetra profondamente nelle masse italiane, l’Italia resta un Paese cattolico. La storiografia più accreditata ha dimostrato che i cattolici nei decenni successivi divennero “canali di integrazione dentro lo Stato”, che essi in fondo non erano contro l’unità ma contro lo Stato liberale, e che lo stesso Pio IX non era contro l’Italia ma contro il concetto di rivoluzione. Del resto, se guardiamo la storia nel lungo periodo dobbiamo pensare che il Ppi di Sturzo e, anni dopo, la Dc di De Gasperi, non nascono per caso, ma sono il frutto dell’evoluzione di questo processo. Dall’altra parte si deve prendere atto che la creazione dello Stato italiano ha fatto nascere, seppur lentamente, non solo una Chiesa italiana ma ha anche consentito alla Chiesa di Roma di accentuare il suo universalismo. (Nella foto l’inaugurazione del Parlamento a palazzo Madama a Torino il 2 aprile 1860, a cui parteciparono anche Manzoni e Cavour)

AUTORE: Mario Tosti