Il Padre “sa”: lo sappiamo?

Commento alla liturgia della Domenica a cura di Bruno Pennacchini VIII Domenica del tempo ordinario - anno A

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Poche parole sono desuete come quelle con cui si apre il Vangelo di questa domenica: “Non potete servire Dio e Mammona”. Desuete al punto che non se ne capisce più il significato: a cominciare da quel Mammona, che in italiano rimanda a certe favole di quando eravamo bambini. Parole che suscitano anche qualche sospetto: come se qualcuno volesse mettere surrettiziamente le mani nel portafoglio dell’ascoltatore. Nel maggio dello scorso anno, 2010, l’editore Rizzoli pubblicò un libretto, a cura di Ivano Dionigi, rettore dell’Università di Bologna, dal titolo Il dio denaro.

La pubblicazione raccoglieva gli interventi di alcuni intellettuali, di vario orientamento culturale, chiamati a esprimersi sul tema. Il primo breve intervento, del curatore, aveva per titolo Sua Maestà il Denaro, che traduceva bene la celebre espressione del poeta latino Orazio regina pecunia. Questo dà già una buona chiave di lettura del pensiero di Gesù. Più efficace ancora fu l’intervento di Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose, che chiariva come il denaro in sé non sia né bene né male, ma semplicemente un intelligente mezzo di scambio; per la sua qualità rappresentativa diventa però facilmente un fine. Allora si trasforma in fattore di divisione, criterio di definizione del proprio e dell’altrui status, valore simbolico di potere, dominio, oppressione. Entra in noi come una presenza efficace e contribuisce a tessere i nostri rapporti con le cose e con gli uomini.

Noi possediamo il denaro, ma nello stesso tempo il denaro ci possiede. Stando così le cose, si capisce perché Gesù ne parli come di un idolo in concorrenza con Dio. Idolo al quale sacrifichiamo la vita degli altri e alieniamo noi stessi. I detti che seguono sono strettamente collegati con l’inconciliabilità del servizio a Dio e a Mammona. Il gruppo dei versetti 25-34 è racchiuso fra due voci dello stesso verbo: “Non affannatevi”. L’italiano “affannarsi” è meno ricco di sfumature del corrispondente greco merimnàn, il quale è pregno anche del senso di preoccuparsi, entrare in ansia, angosciarsi, tormentarsi. La versione liturgica italiana del resto lo rende anche con “darsi da fare” (v. 23), “avere inquietudini” (v. 34). Dunque quel “non affannatevi” vale “non siate ansiosi, non angosciatevi, non inquietatevi”. La posizione strategica del verbo nel brano e la sua frequenza (6 volte in pochi versetti) dicono con sufficiente chiarezza dove miri l’insegnamento di Gesù: fidarsi del Padre celeste, evitando inutili stress.

Tutte le volte che entriamo in ansia per il cibo, o per il vestito, o per il domani, mettiamo a rischio i nostri equilibri mentali e praticamente dichiariamo a Dio che “fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio”. Anche di Lui. Del resto i discepoli in ascolto non sono forse interpellati come “uomini di poca fede” (v. 30)? Le inquietudini, le ansie, le paure per il domani e quant’altro sono inversamente proporzionali alla misura della nostra fede. “Non affannatevi… per il cibo… per il vestito… La vita vale ben di più del cibo o del vestito”. Vale a dire: perché siete tanto poco saggi – dice Gesù – da non sapere riconoscere la scala dei valori? Che cosa vale di più, la qualità della vostra vita o il cibo, le bevande, le vesti per le quali vi angustiate? Perché rischiate di compromettere la salute vostra e quella dei vostri cari, lasciandovi sopraffare dall’ansia per tutte queste cose? Si può forse, a forza di preoccuparsene, allungare la propria vita anche solo di un’ora? O forse abbiamo qualche potere sul domani? Un’altra motivazione per non preoccuparsi viene dall’osservazione della natura.

Gli uccelli non seminano, non mietono, non hanno silos per custodire le derrate alimentari, eppure “il Padre vostro ne ha cura” e li nutre; e “neppure uno solo di loro perisce, senza il consenso del Padre vostro” (Mt 10,29). Così pure i fiori che spontaneamente rivestono i prati; non filano e non tessono, eppure il Padre permette loro di sfoggiare armonie di colori difficilmente paragonabili con le migliori sfilate di moda. Eppure quei fiori hanno vita così breve, che durano un giorno e poi finiscono bruciati. Certamente i discepoli valgono assai di più degli uccellini o dei fiori campestri. Poi il discorso arriva al punto cruciale, dove inciampa e spesso si infrange la nostra poca fede: “Non affannatevi… Il Padre vostro sa” (v. 32).

Questa parola pone violentemente la nostra fede di fronte alla domanda: credi veramente che il Padre sa di che cosa hai bisogno e se ne dà pensiero? Dio è veramente presente nel tuo quotidiano? O forse pensi che la faccenda degli uccellini e dei fiorellini sia una bellissima poesia, che si muove nel mondo dell’utopia, ma che la vita concreta è un’altra cosa? “Cercate anzitutto la sovranità di Dio sulla vostra vita”, vale a dire: riorientate le energie che ora vi logorano nella ricerca dell’effimero; impiegatele a cercare ciò che non perisce, e sperimenterete come sia concretamente vero che tutto il resto lo avrete comunque (v. 33).

AUTORE: Bruno Pennacchini Esegeta, già docente all'Ita di Assisi