Il solenne commiato

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Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te”, recita la Colletta della domenica dell’Ascensione del Signore introducendo al clima misterioso e gioioso della solennità. La particolarità della Liturgia della Parola di questa domenica consiste nel fatto di dover seguire il racconto che san Luca fa dell’evento a partire dal Vangelo per continuare con la prima lettura tratta dagli Atti degli apostoli.

Vangelo

L’ evangelista Luca colloca la scena dell’Ascensione a Betania. L’atteggiamento di Gesù è quello di chi compie un solenne commiato e con l’atto della benedizione vuol significare da una parte il suo essere sottratto ai loro sguardi, dall’altra l’ufficialità dell’avvio della missione apostolica.

L’evento continua ad essere descritto con l’utilizzo di un verbo greco (anafero), espresso all’imperfetto passivo, “veniva portato su”, sottintendendo l’iniziativa del Padre che accoglie con sé il Figlio. La scena non è poi così sconvolgente in quanto già nell’Antico Testamento è scritto di Enoch che “scomparve perché Dio l’aveva preso con sé” (Gen 5,24), come di Elia che “salì nel turbine verso il cielo” (2 Re 2,11).

Tuttavia con il suo ascendere al cielo Gesù dichiara compiuta la sua opera per la quale era giunto a Gerusalemme. E la risposta dei discepoli in questo suggestivo ed indimenticabile momento è la prostrazione (proskyneo), atteggiamento che l’evangelista Luca riporta soltanto in questa scena suggellando così la sublimità di questo incontro.

Poi l’epilogo, che riferisce la docilità dei discepoli che ritornano a Gerusalemme con “grande gioia” e “stavano sempre nel tempio lodando Dio”. Questo versetto, che parla della lode a Dio e che conclude il Vangelo lucano, rimanda all’inizio del Vangelo quando, sempre nel tempio di Gerusalemme, il sacerdote Zaccaria ricevendo l’annuncio della nascita di Giovanni sperimenta “gioia ed esultanza” (1,13-14). Il Vangelo di Luca dall’inizio alla fine evidenzia l’indole gioiosa dei credenti e addita la caratteristica della Chiesa che si rivolge al suo Signore con la lode.

LA PAROLA della Domenica

PRIMA LETTURA
Atti degli apostoli 1,1-11

SALMO RESPONSORIALE
Salmo 46

SECONDA LETTURA
Dalla Lettera agli ebrei 9,24-28

VANGELO
Dal Vangelo di Luca 24,46-53

Prima lettura

Ma se nel Vangelo il raggio missionario è circoscritto alla città di Gerusalemme, nella narrazione dello stesso episodio che ascoltiamo dagli Atti degli Apostoli lo sviluppo dell’annuncio evangelico arriva “fino ai confini del mondo”.Questa prospettiva universale è dono dello Spirito santo che Gesù promette nel mentre sta per ascendere al cielo.

Tra i tanti carismi che conseguono al dono dello Spirito, in questo brano dell’Ascensione viene riportato, infatti, quello della testimonianza: “mi sarete testimoni fino ai confini della terra”. I discepoli avranno quindi la forza di dare testimonianza del Cristo risorto nello spazio geografico che è il mondo intero.

Salmo

Il mondo è l’orizzonte anche del Salmo responsoriale (46/47) che esprime la lode al Signore identificato con la figura del re che avanza trionfalmente tra l’esultanza dei cori, e la descrizione dello splendore del suo regno che si estende su “tutta la terra”. Il Salmo, attribuito ai figli di Core, cantori del tempio, sembra essere stato cantato al momento dell’ingresso dell’Arca nel Tempio, quindi l’espressione “ascende Dio tra le acclamazioni” ci anticipa la gloriosa entrata di Gesù nel regno del Padre.

Seconda lettura

Anche la pagina tratta dalla Lettera agli Ebrei fa riferimento al momento in cui Gesù è asceso al cielo. L’autore sta affrontando il tema dei ‘sacrifici’ dell’Antico Testamento e introduce l’immagine del “santuario” che nella tradizione giudaica era figura del ‘cielo’, luogo dove Gesù è “entrato per comparire al cospetto di Dio in nostro favore”.

Questo evento è stato preceduto dal sacrificio di Cristo che è unico e definitivo e pertanto completa quello dell’Antico Testamento. Una volta l’anno, infatti, nel ‘grande giorno dell’Espiazione’ (Yom Kippur), il sacerdote effettuava il rito espiatorio sacrificando dapprima un giovenco per sé e per la sua casa, poi facendo cadere le sorti su due capri veniva scelto quello destinato ad Azazèl ed inviato nel deserto in riparazione dei peccati del popolo d’Israele.

Solo a questo punto il sommo sacerdote poteva aver accesso al santuario. Cristo, invece, dopo aver offerto se stesso una sola volta “non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, ma nel cielo stesso” e ciò a beneficio degli uomini perché abbiano piena libertà anch’essi di “entrare nel santuario per mezzo del sangue di Cristo”.

L’Ascensione segna dunque un ultimo atto con cui, tra terra e cielo, Gesù ancora elargisce la salvezza all’umanità.

“L’Ascensione è segno della benedizione. Le mani di Cristo sono diventate il tetto che ci copre” (J. Ratzinger, Immagini di speranza) e questo ci dà la consapevolezza di non essere soli, e tuttavia consideriamo che con l’Ascensione ha avuto origine il tempo della responsabilità dei discepoli e quindi anche nostra!

Gesù ancora oggi scommette su di noi affinché come i discepoli portiamo fino ai confini del mondo “la gioia del Vangelo (che) riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù” (Papa Francesco).

Giuseppina Bruscolotti

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