In dono chiediamo progetti di bene comune

Intervista al vescovo Sorrentino sul clima natalizio che si respira in diocesi

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Poche luci… Nelle città, nei centri più popolosi e nelle frazioni della nostra diocesi si notano luminarie ed addobbi natalizi pressoché invariati rispetto al passato. Ma già nelle strade periferiche ed inoltre nelle pianure, nelle vallate trapunte di dimore rurali o micro-borghi risalta una modesta presenza di lumini colorati e minuscoli alberelli se non addirittura l’assenza di elementi che trasmettono il senso della festa. Personale impressione? Osservazione precoce e dunque fallace? Volontà di ridurre e minimizzare segni esteriori per valorizzare l’intimità spirituale del Natale? Conseguenza di una realtà percorsa da un groviglio di gravi problemi che rende la comunità vulnerabile ad uno stato di forte preoccupazione? L’incontro con il vescovo Domenico Sorrentino sembra in merito propendere a tale ultima indicazione, senza escludere altre ipotesi. Merito delle sue parole di schiudere la porta della verità basata sulla giustizia.

Tra molti comprensibili impegni ecclesiali il vescovo Sorrentino, che ha appena terminato la visita pastorale in una parte della diocesi, si è reso disponibile ad un colloquio che si contraddistingue per lucidità e per una schiettezza ben lontana da forme diplomatiche.

Le sembra diversa questa ricorrenza natalizia nella nostra diocesi?
“La diversità si tocca con mano nel perdurare della crisi economica che sta mettendo tante famiglie in difficoltà e non accenna a dare segni di speranza. Non è cosa nuova, ma il peso e l’ansia diventano più gravi. Passando, durante la visita pastorale, in tante aziende la preoccupazione è stata una delle note comuni”.

La diocesi ha provveduto a qualche iniziativa in merito alla critica situazione sociale?
“La nostra Caritas, come può, cerca di venire incontro alle tante persone che vi ricorrono. Nei nostri Centri di volontariato sociale ci si adopera al meglio. Il Fondo regionale di solidarietà, al quale anche noi partecipiamo, viene incontro in modo consistente alle necessità immediate di molte famiglie. Ma c’è ancora tanto da fare”.

L’offerta di pacchi-dono ed occasionali manifestazioni aiutano a risolvere le difficoltà di una famiglia o di una singola persona?
“Evidentemente no. Sono un piccolo ‘respiro’ che si dà in un certo momento. Serve anche quello. Ma è l’ora di una ‘carità’ che diventi una progettualità condivisa dell’intera società. La dottrina sociale della Chiesa ha molto da dire in questo senso. Il prossimo beato, l’economista Giuseppe Toniolo, se ne fece un programma. In questo senso dobbiamo muoverci e lo stiamo facendo con le iniziative formative a cui abbiamo dato vita tra Caritas, Ufficio catechistico, Commissione per i problemi sociali. Penso in particolare al progetto Policoro che mette in moto l’iniziativa dei giovani”.
Si continuerà a parlare di dialogo: impellente necessità, meravigliosa prospettiva. Ma la realtà diocesana non è sempre sorgente di condivisione…

“Dobbiamo crescere di più. Il dialogo, il tentativo di capirsi e la voglia di parlarsi sono atteggiamenti essenziali. Il pregiudizio, la diffidenza, la disinformazione e la facile condanna sono un veleno. Non abbiamo che da perderci”.

San Francesco ha inventato a Greccio il primo presepe vivente: basta questo avvenimento a spiegare la fioritura di presepi viventi nel nostro territorio?
“Non so se dipenda proprio da san Francesco. Forse c’è anche questo elemento. Ma è certamente una bella tradizione, che aiuta la nostra religiosità e anima la nostra cultura”. Le è capitato di visitare un presepe vivente?
“Molte volte”.
Quali impressioni ed emozioni ne ha tratto?
“Sono rimasto sempre coinvolto e ammirato. Anche se tante volte mi sono chiesto se dietro tanta arte ci sia anche altrettanta fede. Spero bene”.

Francesco Frascarelli

 

 

AUTORE: (F. F.)