La grandezza di Gesù

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Prima lettura

“Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti” dice il Signore a Geremia, nella I Lettura in cui si narra della vocazione di Geremia, quando il Signore lo invia a riferire al popolo e alle autorità la Sua Parola. Il profeta è presentato come i re nel Vicino Oriente, ovvero investito da Dio di un particolare incarico ancor prima di essere formato nell’utero della madre.

Ma Geremia in più gode di un particolare favore divino espresso dal verbo ‘conoscere’, verbo che in ambito biblico esprime un legame intimo, inoltre è ‘consacrato’, cioè ‘colui che è messo a parte (separato)’ per una missione ben precisa che tuttavia non è esente da difficoltà e persecuzioni.

Allora ecco l’avvertimento del Signore a “non aver paura di loro” perché nella misura in cui Geremia non si fidasse del Signore sarebbe Lui stesso a renderlo (letteralmente) ‘pieno di paura’ davanti agli interlocutori. Invece, grazie alla confidenza nel Signore, il profeta è già additato come vincitore e le immagini usate lo descrivono perciò imbattibile così come lo è una “città fortificata, una colonna di ferro, mura di bronzo”.

Salmo

Il Salmo 70, “tra le più belle produzioni del salterio” (Oesterley), ci permette di rispondere opportunamente alla I Lettura. È uno dei “salmi orfani” perché privo dell’indicazione di un autore, eppure la terminologia, e soprattutto la ricorrenza nell’intera lirica della radice che esprime ‘vergogna’, suggeriscono che il salmista sia stato un prigioniero, forse del tempo dell’esilio, e che, come il profeta Geremia, “fin dal grembo di sua madre” sa che il Signore è suo sostegno e che lo libera “dalle mani del malvagio”.

LA PAROLA della Domenica

PRIMA LETTURA
Dal libro del profeta Geremia 1,4-5.17-19

SALMO RESPONSORIALE
Salmo 70

SECONDA LETTURA
Dalla I Lettera di Paolo ai Corinzi 12,31-13,13

VANGELO
Dal Vangelo di Luca 4,21-30

 

Seconda lettura

La II Lettura continua a proporre l’ascolto dei capitoli 12 e 13 della I Lettera ai Corinzi. Dopo aver chiarito e delineato le caratteristiche dei carismi, san Paolo elabora uno tra i più entusiasmanti insegnamenti: l’‘elogio dell’amore’. L’Apostolo compone il testo distinguendolo in due parti: una espressa in modo ipotetico e l’altra assertivo, ciò che potrebbe essere, ciò che è.

Ad esempio, cita subito il più ambito dei doni all’interno della comunità corinzia, “parlare le lingue degli uomini e degli angeli”, ma, seppur desiderato per un alto e nobile scopo (lodare il Signore), senza l’amore è un dono destinato ad essere infruttifero. Ma quale tipo di amore intende Paolo? L’amore di Cristo.

L’Apostolo in questa pericope si serve nove volte del sostantivo greco agàpe e, nell’insieme delle sue Lettere, lo usa sempre con l’accezione di ‘amore di Cristo per gli uomini’. Per Paolo se si fa esperienza dell’amore di Gesù si riesce ad amare gli altri fino a “consegnare il proprio corpo”.

Solo in questa ottica si comprende la tensione con cui l’Apostolo (che ha incontrato faccia a faccia l’amore di Gesù) vuole istruire in merito alla carità elencandone le 16 peculiarità: “magnanima, benevola, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine”. Questo è l’amore che solo conduce a donarsi agli altri disinteressatamente e senza attendersi contraccambi.

Vangelo

La pagina del Vangelo prosegue la lettura del racconto di Luca. Dopo la proclamazione e attualizzazione che Gesù ha fatto della Scrittura nella sinagoga di Nazareth, ecco, nel testo di questa domenica, le reazioni degli uditori: da una parte di ‘meraviglia’, dall’altra di ostilità. La grandezza di Gesù è riconosciuta dalla ‘testimonianza’ che gli astanti fanno di Lui, ma è anche farcita di retorica quando si chiedono: “non è costui il figlio di Giuseppe?”.

Questa domanda la si comprende grazie al riferimento che Gesù fa del proverbio: “medico, cura te stesso” con il quale, al tempo di Gesù si vuole provocare l’uomo ricco che se prima non riversa l’attenzione alla sua comunità viene considerato come un medico che non ha cura di se stesso. Secondo questa logica, se Gesù, figlio di Giuseppe, è il Messia, prima dovrebbe elargire i suoi prodigi a favore dei suoi compaesani! Ma Gesù replica con un altro proverbio (“nessun profeta è bene accetto nella sua patria”) e menzionando i profeti Elia ed Eliseo noti per aver guarito degli stranieri.

In questo modo, alla domanda retorica risponde con l’invito ad ampliare gli orizzonti e a scrollarsi di dosso i pregiudizi. Lo sdegno, però, si impadronisce dei cuori dei suoi compaesani tanto che vorrebbero assegnare a Gesù la stessa sorte dei falsi profeti: l’espulsione dalla città e la condanna a morte. Ma il loro discutere livoroso fa sì che non si accorgano di Gesù che “passando in mezzo a loro, si mise in cammino”.

Geremia e Gesù ci insegnano a non arrenderci di fronte alle persecuzioni, a non aver paura e a procedere nella missione. Gli ostacoli sono previsti ma Gesù ci testimonia la possibilità di superarli con naturalezza per avviarci verso nuove realtà. La Parola di Dio continua il suo percorso, il Regno di Dio cresce, “la carità non avrà mai fine”.

Giuseppina Bruscolotti

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