La Sagra musicale umbra torna “doc”

La Sagra sta riscoprendo la sua autentica “vocazione”, gli scopi per cui è nata. Intervista al musicologo Giovanni Carli Ballola

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Giovanni Carli Ballola, critico e musicologo italiano, ha fatto un salto a Perugia in occasione della Sagra musicale umbra. Ha al suo attivo studi musicologici con particolare interesse per la civiltà musicale del Settecento e dell’Ottocento. È membro del comitato scientifico delle riviste musicologiche La nuova rivista musicale italiana dell’Eri e Studi musicali dell’Accademia nazionale di S. Cecilia. È accademico consigliere effettivo di Santa Cecilia e dell’Accademia Filarmonica Romana. Gli abbiamo rivolto alcune domande. Secondo lei la Sagra oggi sta rinascendo perché si sta ricollegando a quella che era l’ispirazione originaria. “Si, è esattamente l’impressione che ho avuto da questa edizione che risale agli anni ‘50, quando Francesco Siciliani “Perugino” istituì questa manifestazione che originariamente era imperniata sulla musica sacra o per meglio dire sulla musica di ispirazione spirituale. Non tutte le composizioni erano comunque di genere liturgico o riferibili a un sacro cristiano. In seguito si arricchì di altre espressioni musicali di tipo sinfonico, ad esempio di tipo cameristico, ma senza mai perdere di vista il fulcro ideatore della manifestazione che era quello della musica sacra o della musica di carattere metafisico, spirituale. E così è andata avanti fino alla fine della carriera di Siciliani. Poi ci sono stati alcuni anni con scelte non sempre interessanti. Comunque l’impressione generale era quella di un declino prossimo alla fine. Invece no, grazie a Dio la Sagra musicale umbra sembra essersi rinverdita grazie alla scelta culturale della sua programmazione musicale”. Mi pare che dicesse che una delle caratteristiche della Sagra era anche quella di proporre delle novità e comunque di far scoprire autori poco conosciuti ed apprezzati “Certamente Siciliani mirava di più alla riscoperta di autori famosi come Schumann, Schubert in opere poco o niente affatto eseguite. Per esempio tutta la serie degli oratori di Haendel. Negli anni ‘50 quando si eseguiva il Messiah, il repertorio di Haendel era finito, invece ecco che vengono fuori quasi tutti gli oratori di questo genio. Ci furono anche proposte di autori contemporanei come Petrassi, Berio, Donatoni, ma in genere l’orientamento di Siciliani era quello della rivalutazione delle grandi musiche del passato ignorate o di certi autori come Cherubini”.. In quest’ultima edizione queste ultime due sono quelle che rispondono di più… “Direi proprio di si. Per esempio la scelta della Messa di Santa Cecilia di Gounod, un autore noto come operista ma sicuramente disatteso per quanto riguarda la musica religiosa. Invece fu impegnatissimo nel campo della musica religiosa, prescindendo dal fatto che aveva intrapreso la carriera sacerdotale, poi accantonata per diverse sue scelte personali. Comunque è stato un compositore molto vicino alla problematica religiosa del secolo XIX”. La musica sacra c’è o no oggi? “È un discorso complesso perché bisogna distinguere tra la musica che si ascolta, che si utilizza nelle chiese e allora qui la situazione è alquanto disagiata, è nella più completa confusione di scelte, di indirizzi, di autori, di musiche. Noi confidiamo molto nel fatto che sua Santità Benedetto XVI sia un fior dii musicista – suona il pianoforte, conosce molto bene il repertorio classico, viene molto volentieri ai concerti -. Confidiamo molto, noi uomini della cultura musicale, in una sua presenza operativa che tolga la musica sacra di consumo dalla situazione in cui si trova. Poi c’è la musica sacra di tipo eminentemente artistico che ha come compositori italiani per esempio Solbiati, Ivan Fedele, di Harvo Part, ha dei rappresentanti illustri di notevole profilo creativo, con scelte precise dalle quali è legittimo attendersi molto”. Tornando alla musica per la liturgia, quando lei dice musica di qualità intende un ritorno al gregoriano o semplicemente qualità anche nel moderno? “Intendo sia un ritorno al gregoriano ma non solo. Non bisogna fossilizzarsi col gregoriano. Ecco se io un giorno ascoltassi in chiesa un bel mottetto di Bach, o un bel mottetto di Mozart per esempio, o una bella messa di Haydn, o uno dei tanti mottetti composti da Schubert, da Cherubini sarei veramente felice. La musica non deve mai fossilizzassi in determinate epoche culturali. Questo fu l’errore gravissimi del movimento ceciliano dell’Ottocento il quale considerava l’unica musica sacra legittima quella generata dai fiamminghi fino a Palestrina. Già dal Seicento era sospetto, al Settecento poi va de retro Satana. Fu un errore fatale del quale ancora scontiamo le conseguenze. Invece la musica sacra dovrebbe essere aperta a tutte le epoche e a tutte le esperienze artistiche, stilistiche e creative”.

AUTORE: Maria Rita Valli ha collaborato Ingrid Aioanei