L’Umbria che vorremmo

L’ editoriale

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Sulla spinta dell’articolo-appello di un gruppo di associazioni di volontariato di Terni (vedi p. 25), riferito alla città, penso che si debba allargare il discorso all’Umbria, che in vista delle prossime elezioni appare più che mai frammentata e litigiosa. I frati della basilica di San Francesco, pensando alle elezioni comunali della città “serafica”, si sono domandati dove sia finito lo “spirito di Assisi”. Vorremmo una regione pacifica anche nei modi e nello stile di fare politica, come i vescovi Cancian, Sorrentino e Ceccobelli hanno chiaramente indicato.Vorremmo l’Umbria orgogliosa della sua storia, gelosa del suo paesaggio e delle ricchezze del suo patrimonio religioso, artistico e culturale, che non è mai abbastanza conosciuto, apprezzato, tutelato, fatto conoscere. Pensiamo alle grandi iniziative di massa che assorbono moltissime risorse e sfumano nell’effimero. Migliaia di turisti da ogni parte del mondo attratti da queste manifestazioni non approdano se non per una piccolissima parte ai musei, basiliche, santuari o alle bellezze naturali quali i laghi Trasimeno e Piediluco, le cascate delle Marmore, la Piana di Castelluccio e i monti circostanti, per fare solo degli esempi. Vi sono studenti stranieri nelle nostre città, come a Perugia, che non hanno mai visitato Assisi o Orvieto o la Galleria nazionale dell’Umbria, ma ripartono avendo abbondantemente sperimentato birra e kebab. L’Umbria che vorremmo è soprattutto quella che ha dato vita ed ha costruito questa storia e questi beni. “Che c’entra questo con le elezioni amministrative del 15-16 maggio?” si dirà. Le Amministrazioni dovrebbero farsi carico di sviluppare le risorse già esistenti e favorirne di nuove che aprano posti di lavoro, prospettive di miglioramento della vita, per famiglie, malati, disabili, disoccupati, stranieri. Nessuno dovrebbe subire la tentazione di delinquere per sopravvivere. L’Umbria è vecchia, con 92 Comuni e centinaia di frazioni, spesso spopolati e negletti. La valorizzazione del territorio è la prima ricchezza. Non servono le feste paesane o le sagre: ci vogliono studi, progetti condivisi, attivando il principio della sussidiarietà che metta in gioco le energie presenti nella popolazione. Spesso si ha l’idea che la politica sia un gioco di personaggi impegnati ognuno a superare l’altro. L’Umbria che vorremmo, non osiamo dire che dovrebbe essere quella di frate Francesco, ma almeno quella del Fondo di solidarietà della Chiesa, dell’incontro delle religioni ad Assisi, quella delle 12 visite di Giovanni Paolo II, quella dei Monti di pietà, della sette volte secolare Università e dell’Università per Stranieri, della tradizione operaia ternana, l’Umbria delle Caritas, l’Umbria che ha il primato del turismo religioso e dei pellegrinaggi. Non è una riflessione solo diretta ai politici, ma anche ai loro collaboratori più o meno retribuiti di parcelle di cui non avrebbero bisogno, e a quei cittadini che hanno possibilità di investire capitali per finanziare progetti di sviluppo e posti di lavoro a favore di un mondo giovanile che chiede di crescere, e reclama il diritto di avere un posto nella società. Le elezioni sono per loro natura una competizione, ma competere non significa fare la guerra, che semina vittime e produce rancori. L’Umbria che vorremmo è quella capace di non perdere nel nuovo millennio la sua identità storica.

AUTORE: Elio Bromuri