L’Umbria vede ancora un calo di praticanti. Che fare?

La secolarizzazione e l’indifferentismo religioso non sono realtà nuove nella dimensione di fede occidentale, e a confermarlo ora sono i dati Istat 2019 sulla pratica religiosa in Italia.

L’analisi sociologica mostra una nazione che attraversa un processo di secolarizzazione, in linea con tutto l’Occidente; e l’Umbria – terra che nel corso della storia ha donato i natali a diversi santi – si ritrova tra le Regioni connotate dal calo di fedeli.

Anche se i dati Istat riguardano le diverse confessioni religiose presenti in Italia, ci si potrebbe comunque chiedere: cosa può fare la Chiesa per invertire il processo?

Chiese sempre più vuote. Che fare?

A tal proposito è interessante la lettura che Pier Giorgio Gawronski offre della Chiesa di Gerusalemme (At 2,42-47), pubblicata sull’Osservatore Romano il 22 febbraio. Per Gawronski la prima comunità cristiana “perseverava in quattro cose: la trasmissione del messaggio di Cristo; l’unione fraterna, stare, mangiare insieme; condividere i beni materiali ‘secondo il bisogno di ciascuno’; l’eucaristia, frequentare insieme il tempio”. Proprio a partire da questi quattro cardini della Chiesa gerosolimitana si possono trovare alcuni antidoti al fenomeno della secolarizzazione.

Trasmettere il messaggio di Cristo…

Anzitutto, afferma Gawronski, “la pratica religiosa delle Chiese moderne è incentrata sulla liturgia domenicale, che privilegia fortemente il primo punto, la trasmissione del messaggio di Cristo.

… coltivare la relazione umana

Ma già quando si passa al secondo, si nota una profonda divaricazione: nella pratica religiosa moderna manca la relazione umana. I membri della prima Chiesa cristiana socializzavano, erano amici, o stavano dentro a un meccanismo che favoriva l’amicizia a priori”. Perciò, il recupero della dimensione amicale tra appartenenti della stessa comunità può essere annoverato tra questi antidoti.

…la condivisione dei beni…

Antidoto, come lo è la condivisione dei beni, terzo cardine della Chiesa di Atti: “Le relazioni umane e spirituali fra i primi cristiani rendevano più naturale la risposta al bisogno anche materiale dell’altro: la condivisione non era un obbligo ma un atto d’amore. E come dice san Paolo, puoi fare qualsiasi cosa, ma se non lo fai per amore non vale niente (e spesso fai bene a non farla). Al contrario, la carità oggi è diventata anch’essa una transazione anonima poco attraente”.

… la preghiera comune …

Infine, si legge nel contributo, in riferimento al quarto punto (pregare insieme) c’è “la sensazione che i fedeli domenicali preghino da soli; che, pur partecipando insieme alla messa, pur recitando le stesse preghiere nello stesso momento, si sentano fondamentalmente soli. Anche l’eucaristia, pur chiamandosi ‘comunione’, è purtroppo spesso vissuta come un accesso individuale alla grazia, con la presenza più o meno casuale di altri che, simultaneamente ma per conto proprio, ricevono il medesimo sacramento”.

…per uscire dall’individualismo

Gawronski allora conclude: “Stando così le cose, la migliore risposta alla secolarizzazione non è né inseguire né respingere la modernità, bensì di reagire all’individualismo, all’atomizzazione, all’evanescenza delle relazioni nelle Chiese. La vita non può essere tenuta al margine della Chiesa, solo commentata, giudicata, o perdonata dal clero. I cristiani hanno bisogno di esplorare, riflettere, e parlare fra loro del loro essere cristiani”.

I DATI – Vent’anni fa andava in chiesa un umbro su tre. Ora, uno su cinque.

I dati Istat 2019 sulla pratica religiosa in Italia, rielaborati nel rapporto “Mediacom043” curato dall’agenzia di Big Data Mediacom diretta da Giuseppe Castellini, mostrano una diminuzione della pratica religiosa in Umbria. Nel 2019 si riscontra un lieve incremento dei fedeli assidui (i dati si riferiscono a tutte le confessioni religiose presenti nel territorio nazionale), dopo che nel 2018 il numero dei non praticanti aveva superato quello dei praticanti.

L’agenzia afferma che nel 2019 “il numero delle persone da 6 anni in su che frequentano un luogo di culto almeno una volta a settimana in Italia è cresciuto per la prima volta dal 2001, da quando cioè l’Istat monitora annualmente il fenomeno attraverso l’indagine campionaria, passando dai 14,264 milioni del 2018 a 14,354 milioni del 2019 (+ 90 mila, +0,6%)”.

Quindi, si continua a leggere nel rapporto, “la percentuale di persone da 6 anni e più che frequentano un luogo di culto almeno una vola a settimana è passato – sul totale di questa fascia d’età – dal 24,9% del 2018 al 25,1% del 2019”. Al contempo, tuttavia, se gli assidui sono aumentati del +0,6%, anche il numero di coloro che non frequentano mai un luogo di culto cresce: 760 mila persone in più rispetto al 2018, cioè 15,43 milioni di unità (+5,2%) nel 2019.

Dato, quest’ultimo, che segue l’andamento già osservato dal 2001 al 2018: “Il numero dei non praticanti è cresciuto da 8,51 ad appunto 15,43 milioni, con un incremento dell’81,4%, pari a oltre 6,9milioni di persone in più” (Mediacom043). Le Regioni interessate dall’aumento dei praticanti assidui sono: Valle d’Aosta, Campania, Lombardia, Piemonte, Sicilia, Molise e Puglia; mentre nelle restanti Regioni, tra cui la nostra, il numero decresce ulteriormente.

L’Umbria, si legge nel rapporto, “continua (insieme ad altre 12 Regioni) anche nel 2019 a mostrare un calo (-5,1% rispetto al 2018, pari a -9 mila persone a fronte del +0,6% dell’Italia), con la flessione 2001-2019 che si allarga a -27,6% (-64mila praticanti assidui), più del -26,3% del dato nazionale”. Questa diminuzione nella nostra Regione segue la direzione del quasi ventennio 2001 – 2019: “Il tasso di praticanti attivi sul totale della popolazione da 6 anni in su in Umbria è sceso dal 29,7% al 20% (-9,7 punti percentuali).

In pratica, oggi è praticante assiduo un umbro su cinque, rispetto a quasi uno su tre nel 2001 (il dato nazionale è del 25,1%, mentre l’Umbria è sostanzialmente in linea con il Centro, attestato al 20,4%).

Tra le regioni della circoscrizione centrale, è la Toscana a presentare la minore percentuale di praticanti (17%, tre punti sotto l’Umbria), mentre Marche (28,1% di praticanti assidui) e Lazio (20,7%) presentano valori superiori a quello umbro” (Mediacom043).

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