Mai più lavoro senza legalità!

Il messaggio dei Vescovi umbri per il 1° maggio "Un lavoro sano, sicuro e dignitoso" denuncia le "morti bianche" e ribadisce gli autentici principi del lavoro

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La Commissione regionale per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato della Conferenza episcopale umbra (Ceu), composta da laici, sacerdoti e religiosi di tutte le diocesi dell’Umbria e presieduta da mons. Vincenzo Paglia, ha reso pubblica, in occasione della festa del lavoro del 1’maggio, una lettera destinata a tutte le comunità, religiose e civili, dell’Umbria.

La lettera riprende, nel titolo Un lavoro sano, sicuro e dignitoso, una formula utilizzata dalla Carta dei diritti dell’Unione europea. Evidente il riferimento ai recenti e ripetuti dolorosissimi casi di incidenti mortali sui luoghi di lavoro della nostra regione. Seppure le Chiese umbre ribadiscano come non spetti a loro, direttamente, la creazione di un “giusto ordinamento”, ritengono tuttavia importante “sostenere gli sforzi degli organi di governo regionali e di tutta la società civile per mantenere un altissimo livello di attenzione, di analisi e di intervento sulle questioni legate alla sicurezza nei luoghi di lavoro, anche in relazione al permanere di un’area di lavoro sommerso che, sfuggendo a ogni rilevazione, rende ancora più preoccupanti i dati” relativi agli incidenti.

Nella lettera vengono richiamati i criteri fondamentali di giudizio offerti dalla dottrina sociale della Chiesa, così come vissuti nell’esperienza pastorale delle diocesi dell’Umbria. Il criterio della personalità, per il quale ciò che conta è anzitutto la persona con le sue facoltà, aspettative, desideri e doveri sociali. Il criterio della socialità, per il quale il lavoro, ben oltre la mera base economica, costituisce un fatto sociale grazie a cui la persona entra in relazione con l’intera comunità civile. Il criterio della libertà responsabile, per cui l’economia di mercato costituisce il sistema più efficace di organizzazione dei rapporti economici tra le persone, purché ne vengano regolati e governati gli effetti negativi e i limiti intrinseci.

Il criterio della dignità e della sicurezza, per cui nessuna organizzazione del lavoro, nel campo del lavoro dipendente come in quello del lavoro autonomo, può attentare alla dignità della persona. La lettera opera poi un’incursione diretta nel tema della sicurezza del lavoro, ribadendo una serie di principi. Innanzi tutto il principio di formazione e informazione dei lavoratori, per il quale il lavoro è innanzi tutto espressione della persona. In secondo luogo il principio di partecipazione, in base al quale è valorizzato il protagonismo dei singoli lavoratori e degli organismi che li rappresentano. In terzo luogo il principio di responsabilità del lavoratore, nei confronti di se stesso e dei colleghi, in relazione al rispetto degli obblighi e delle raccomandazioni in materia di sicurezza.

In quarto luogo il principio di integralità, nel rispetto di tutte le dimensioni della persona umana coinvolte nell’attività lavorativa (equilibrio tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro, divieto di azioni discriminatorie condotte sulla base dell’identità religiosa, culturale o geografica, divieto di azioni discriminatorie nei confronti delle donne, radicale emarginazione delle pratiche che hanno a che fare con le molestie sessuali, condanna di tutte quelle condotte che danneggiano la ‘personalità morale’ di chi lavora). Infine il principio di cooperazione, in base al quale la produzione dei beni della sicurezza e della salute è il frutto di un’azione comune di tutte le componenti dell’impresa, lavoratori e datori di lavoro. “Dobbiamo dolorosamente constatare – affermano con decisione i Vescovi – come legalità e rigoroso rispetto della dignità della persona non trovino integrale accoglienza nella realtà quotidiana dei nostri luoghi di lavoro. Non possiamo tollerare il diffondersi di una cultura alternativa a quella della legalità dell’economia di mercato”.