La novità nel Messale romano: il testo del “Padre nostro”

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La traduzione della terza edizione italiana del Messale romano è stata approvata dai Vescovi, ma “ci vuole ancora un po’ di tempo” per la sua pubblicazione, e quindi anche per le nuova versione del Padre nostro, in cui si dirà “non abbandonarci alla tentazione” (invece che “non indurci in tentazione” come nella versione attuale).

Lo ha precisato il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, nella conferenza stampa di chiusura dell’Assemblea generale straordinaria dei vescovi italiani, svoltasi la settimana scorsa in Vaticano. Prima della pubblicazione – prevista nel 2019 – il testo dovrà avere la confirmatio della Santa Sede, poi si potrà utilizzare nelle celebrazioni liturgiche.

“È un passo avanti sul Concilio – ha chiosato il Presidente della Cei. – Ogni traduzione è anche un approfondimento spirituale. Renderà più agile la preghiera nelle comunità e sarà approvato da tutti”.

Storia dello sviluppo del messale romano

Nel corso della 72a Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, recentemente conclusa, è stata affrontata l’approvazione complessiva della traduzione della terza edizione italiana del Messale romano, nel quadro globale del rinnovamento di vita delle comunità ecclesiali, nel solco della riforma liturgica.

In realtà, la prima traduzione del Messale romano in lingua italiana fu pubblicata nel 1973, mentre la seconda vide la luce dieci anni dopo, ovvero nel 1983: testo tuttora in vigore, in attesa di poter usufruire della nuova traduzione.

Come è noto, le traduzioni del Messale (e dunque di tutti i libri liturgici) in lingua nazionale rimandano alla corrispondente edizione latina che è chiamata “tipica”, in quanto funge da base e modello sia per gli adattamenti alle consuetudini locali sia per le traduzioni nelle lingue volgari. Per avere uno sguardo globale sullo sviluppo del Messale romano nel corso della storia, offriamo di seguito le principali tappe della sua evoluzione (continua a leggere sull’edizione digitale de La Voce).

2 COMMENTS

  1. L’assemblea generale della Cei ha, di recente, approvato la traduzione italiana della terza edizione del Messale Romano, nella quale sono contenute alcune modifiche al Padre nostro ed al Gloria: in particolare, nel Padre nostro, la frase: “non ci indurre in tentazione” viene modificata in: “non abbandonarci alla tentazione” e, nel Gloria, la frase: “pace in terra agli uomini di buona volontà” è sostituita da: “pace in terra agli uomini, amati dal Signore”.
    La modifica della frase del Padre nostro (”non ci indurre in tentazione”) è stata giustificata dalla necessità di renderla più chiara e comprensibile dato che la stessa si presterebbe ad un’errata interpretazione, attribuendo a Dio la possibilità di “indurci in tentazione”: lo stesso Papa Francesco, riferendosi a tale frase, ebbe a dichiarare (nel dicembre 2017) che: ”la traduzione è sbagliata, perché Dio non ci può indurre in tentazione”. Invero una simile interpretazione non risulta mai da qualcuno avallata; fin dal primo secolo dopo Cristo, infatti, nella lettera di Giacomo (1, 13), è chiaramente affermato che: “nessuno quando è tentato dica ‘Sono tentato da Dio’; perché Dio non può essere tentato dal male ed egli non tenta nessuno”.
    Individuando il problema da risolvere nel verbo “indurre”, la Cei ha, comunque, ritenuto di poterlo sostituire, nella versione italiana, con il verbo “abbandonare”: tale operazione appare, però, assolutamente arbitraria, dato che il verbo eisfero (nell’originaria lingua greca, nella quale ci sono pervenuti i Vangeli), con una corretta e letterale traduzione risulta tradotto, dapprima, in latino con il verbo induco e, quindi, in italiano con il verbo “indurre”: inappropriata risulta, pertanto, l’introduzione, nella frase come sopra modificata, del verbo “abbandonare”.
    Il problema da risolvere potrebbe, invece, essere ricercato più semplicemente nel termine “tentazione”, se inteso nel solo senso di istigazione a compiere il male, laddove la tentazione può ricorrere anche nel caso in cui il male lo si subisce: ciò può accadere in presenza di gravissime disavventure che, per incapacità di sopportazione, può spingere chi le subisce ad abbandonare la fede in Dio.
    D’altra parte il termine greco peirasmòn (tradotto in italiano: tentazione) è correttamente traducibile anche in “prova” e tale termine darebbe un chiaro senso alla frase in questione, dato che, se è vero che Dio non ci tenta come farebbe il demonio, può metterci sicuramente alla prova per rafforzare la nostra fede e permetterci di scegliere: l’invocazione a Dio Padre di “non indurci in tentazione” assumerebbe, pertanto, il significato di richiesta di non sottoporci a prove che non saremmo capaci di sopportare, similmente all’analoga richiesta dello stesso Gesù Cristo (“Padre, se vuoi, allontana da me questo calice”; Lc. 22, 42).
    Quanto, poi, all’altra modifica all’inizio del Gloria, con la sostituzione della frase: “pace in terra agli uomini di buona volontà”, con la frase: “pace in terra agli uomini, amati dal Signore”, la stessa appare priva di una valida giustificazione ed, apparentemente, ispirata (per la sola soppressione dell’inciso “di buona volontà”) ad un ulteriore avvicinamento, fortemente voluto da Papa Francesco, alla dottrina luterana della Giustificazione, secondo la quale la salvezza si consegue “Sola Fide”, a nulla rilevando la cooperazione dell’uomo con le sue buone opere.
    Concludendo, come qualcuno ha autorevolmente affermato, “entrambi i cambiamenti sono un ‘attentato’ ai meriti con cui la creatura può conquistare la vita eterna, nonché sono l’introduzione alla nuova teologia rahneriana, che spiega che non dobbiamo pensare di cercar di meritar qualcosa, tanto Gesù ci ha già salvati tutti e non ci dobbiamo preoccupare più perché ci ama tutti…”

    • Quando si fa una traduzione dall’italiano al francesce o all’inglese o al tedesco, sappiamo bene che una traduzione letterale non sempre è possibile e quand’anche fosse possibile non sempre è la migliore. Questo è ancor più vero se usciamo dal mondo delle lingue europee, per esempio nelle traduzioni italiano/cinese. Se poi le lingue da tradurre sono lingue antiche la traduzione letterale difficilemente saprà restituirci il significato che quel racconto aveva nel mondo culturale che oggi non esiste più. Inoltre, non ultimo, nel cristianesimo il riferimento al Libro (la Bibbia) non è mai stato fondato su una lettura “letterale” del testo ma la lettura è sempre stata sostenuta dalla promessa di Gesù: “Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera” Gv 16,13). La traduzione approvata dalla Cei non è una traduzione “vera” che si sostituisce ad una “falsa” ma è una traduzione nella quale “Vescovi ed esperti hanno lavorato al miglioramento del testo sotto il profilo teologico, pastorale e stilistico” (Comunicato finale dell’assemblea Cei – 15 Novembre2018).

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