Avviso agli aspiranti discepoli

Commento alla liturgia della Domenica a cura di Bruno Pennacchini XXIII Domenica del tempo ordinario - anno C

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La prima lettura comincia con un paio di domande imbarazzanti: Chi può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I versetti successivi ci impediscono di dare risposte scontate. A stento immaginiamo le cose della terra… ma chi ha investigato le cose del cielo? La nostra vita ha a che fare non solo con le cose della terra. Con queste domande preliminari, la liturgia ci prepara all’ascolto della Parola di Gesù: unica risposta autentica.

La scorsa domenica lo abbiamo lasciato a tavola in casa di un ricco fariseo, mentre istruiva i commensali sulle cose del regno di Dio, parlando in parabole. Oggi lo troviamo di nuovo in cammino. Consapevole che il tempo della sua permanenza visibile sulla terra si è fatto breve, approfitta anche dei tempi morti del viaggio per la formazione dei discepoli. Il racconto di Luca inizia presentando il quadro della situazione: una folla numerosa andava con lui. Non tutti erano discepoli, ma in gran parte simpatizzanti che, attratti dalla straordinaria personalità di questo rabbi, lo accompagnavano in pellegrinaggio verso Gerusalemme, dove avrebbero celebrato la Pasqua, come facevano ogni anno.

Se Gesù fosse stato un populista, si sarebbe rallegrato di quel bagno di folla. Ma siccome non lo era, e amava la verità più della popolarità, pensò che era giunto il momento di chiarire alcune cose fondamentali: la massa si sarebbe presto sfoltita. Lo fece in modo solenne, chiaro, radicale e per molti scandaloso: per essere discepoli non basta andare con lui, ma è necessario seguirlo, ossia riceverne l’insegnamento; accettare di rompere con la propria origine e con la mentalità ereditata; mettere in conto un futuro controcorrente, rispetto al comune buonsenso e alle aspettative altrui. E aggiunse che una decisione come questa non si poteva prendere a cuor leggero, ma bisognava rifletterci su: se si prevedeva di non farcela, era meglio non incominciare.

Davanti a un discorso così crudo, anche noi troviamo difficoltà a capire. È ragionevole preferire lui agli affetti familiari più cari e più radicati: padre, madre, moglie, figli? A guardar bene, non era una novità assoluta: molti secoli prima, Dio aveva chiamato Abramo a dare inizio a una nuova fase della storia, chiedendogli di lasciare “la sua terra e la sua parentela” (Gen 12,1) in cambio della promessa di una nuova discendenza. La realtà che Gesù sta inaugurando non può essere condizionata da vecchi modi di pensare, di concepire i rapporti interpersonali. Le dinamiche familiari sono spesso totalizzanti e privano della libertà di entrare nella nuova dimensione che il regno di Dio propone.

La traduzione liturgica italiana ha ammorbidito un poco la durezza del testo greco, che a proposito dei rapporti con i familiari si esprime così: “Chi non odia suo padre, sua madre, ecc.”. Gesù non sta chiedendo di disubbidire al Decalogo, che comanda l’amore del padre e della madre, ma di prendere le distanze da certi rapporti malati che generano quella mentalità ‘familistica’ che fa della famiglia un idolo, sostituendolo al Dio di Gesù Cristo.

Altra difficoltà a comprendere il discorso di Gesù deriva dall’espressione “portare la croce”. Molti cristiani della domenica la intendono moralisticamente: come se bisognasse andarsi a cercare la sofferenza. In realtà, nella vita ce n’è abbastanza, non è necessario andarsene a cercare altra. Non è questo il senso delle parole di Gesù; non si riferiva alla sua croce, che del resto non aveva ancora subìto e che né le folle né i discepoli avrebbero potuto capire.

L’espressione “caricarsi della croce” richiamava alla mente degli ascoltatori, l’immagine di Isacco, figlio di Abramo, che saliva il monte carico della legna per il sacrificio (Gen 22). Quella folla in cammino con Gesù non aveva difficoltà a intenderne il senso metaforico: egli intendeva dire che vero discepolo è colui che si assume quotidianamente il peso della propria storia, con tutte le sue difficoltà e contraddizioni. Gesù sa bene che la scelta non è facile. Lo esprime con due parabole parallele: quella del proprietario che progetta un edificio e quella di un re che si prepara ad andare in guerra. Tutti e due sanno che, prima di imbarcarsi in simile impresa, devono sedersi a riflettere se abbiano i mezzi per concludere l’operazione con successo. Altrimenti recederanno dall’avventura.

Similmente chi desidera diventare discepolo valuti le proprie intenzioni: chi teme di vedere la propria vita cambiare troppo, meglio che non incominci. Il brano si conclude in modo paradossale: mentre il re deve contare i propri militari e l’aspirante costruttore calcolare attentamente le risorse finanziarie, il discepolo deve liberarsi delle false sicurezze. I beni sono falsi appoggi. Bisogna prendere congedo da loro; liberarsi dal potere del denaro, della nascita, dell’appartenenza religiosa, da amicizie influenti e quant’altro.

AUTORE: Bruno Pennacchini Esegeta, già docente all’Ita di Assisi